Pierluigi Battista, Corriere della Sera 12/08/2011, 12 agosto 2011
DA «RIBELLI» A «LADRI». LA CADUTA DEI VIOLENTI
Ora è la Bbc a essere sotto accusa. Aveva definito graziosamente, candidamente, neutralmente «protesters» le gang che stavano devastando Londra, Birmingham, Manchester. Ora invece l’emittente inglese, stordito dalla reazione straordinaria del popolo della «scopa», dell’esercito pacifico ma coriaceo di cittadini che hanno spazzato via i vandali che stavano massacrando ogni cosa, non lesina su un termine più secco e sprezzante: «looters», saccheggiatori. Tutt’al più «rioters», che pure evoca una tempesta di disordine, di caotico scatenamento di una piazza incendiaria. Violenti ma belli, proprio no. Violenti, vandali, saccheggiatori: e basta. E dunque aveva davvero torto Cameron a definirli «criminali», scatenando la reazione stizzita e indignata di chi, comunque, la fascinazione estetica della piazza che brucia è destinato a subirla?
I «looters», i «rioters» hanno perduto la battaglia dei simboli e delle parole. All’inizio bisognava sociologicamente «comprenderli», pur sancendo un confine con i vandalismi di chi spaccava vetrine, agitava coltellacci, sfondava edifici, razziava negozi. Ma la comprensione di un fenomeno sociale è esercizio ovvio. Spesso però, «capire le ragioni» equivale a un inizio di indulgenza, se non giustificazionista, per lo meno comprensiva. Inoltre le piazze in rivolta, da sempre, hanno l’estetica come loro fedele alleata. Guardate i black bloc, con le loro movenze stilizzate, l’abbigliamento impeccabile del guerrigliero, l’incappucciamento elegante, la guerriglia che danza al ritmo dei tamburelli, il corpo snello che salta febbrile mentre sfonda, spacca, distrugge, saccheggia. E a Londra che impatto formidabile ha avuto la foto straordinaria, un’opera d’arte mica tanto involontaria, che immortala la silhouette di una ragazza che salta tra le fiamme, e le felpe dei «protesters», i BlackBerry in mano, la velocità agile e inafferrabile dei movimenti. Ancora una volta il linguaggio dei media all’inizio ha seguito l’incanto per la violenza degli esclusi, per chi, pur devastando e disintegrando cose, macchine e palazzi, veniva vissuto e percepito come un militante della parte del Giusto contro la rapacità dei ricchi, dell’eguaglianza contro le stomachevoli disparità sociali nella crisi più terribile degli ultimi decenni, della purezza del popolo contro la crassa corruzione dei potenti asserragliati nella fortezza del comando, del lusso, del consumo vistoso, dell’arroganza.
E invece? E invece è bastata una scopa, una selva di scope, un esercito di scope per ribaltare la condizione di svantaggio estetico che ha costretto i londinesi a reagire alle turbe dei violenti, dei saccheggiatori, dei vandali senza scrupolo. Hanno reagito le comunità. Gli asiatici hanno allestito le ronde per difendere il loro quartiere, e così i coreani, i pachistani, i curdi. L’establishment nero ha sconfessato i vandali di colore. Gruppi di musulmani si sono organizzati per proteggere le loro moschee. Il personale di un ristorante ha tirato fuori i coltelli per i «looters» che volevano strappare i portafogli ai clienti. La comunità ha preso in pugno la situazione, ha rimesso sotto controllo il territorio. Ha ridato al «popolo» una connotazione meno astratta. Ha relegato ai margini l’idea che le gang fossero il «popolo in rivolta». La disfatta linguistica delle gang è cominciata così. La Bbc se ne è accorta, alla fine. Intempestivamente, ma se ne è accorta.
Da sempre la guerra delle parole gioca un ruolo decisivo nelle situazioni di confine in cui la definizione dei fenomeni è determinante per comprendere i torti e le ragioni degli antagonisti. Ne sappiamo qualcosa noi in Italia, quando le Br erano «sedicenti» e per l’area della contiguità chi imbracciava le armi e ammazzava inermi cittadini solo «compagni che sbagliano». Lo sa bene la storia dell’Iraq occupato dalle truppe angloamericane in cui i «terroristi» secondo Washington e Londra diventavano, idealizzati dalla parte opposta, «insorgenti», «insorti», «guerriglieri», «resistenti». Attorno alla «Resistenza» («banditi», erano i partigiani alla macchia braccati da tedeschi e repubblichini) la guerra delle parole ha raggiunto l’acme nell’era post Saddam. E infatti il New York Times ribatteva sull’«islamofascismo» per delegittimare chi si ammantava di nobili parole come «Resistenza».
Nell’Inghilterra sconvolta da una spirale di violenze che hanno fatto impallidire il ricordo delle imprese degli oramai attempati «hooligans», ora nei giornali si è scatenata la battaglia delle definizioni. Che significa la rottura di un monopolio emotivo, la fine della dittatura estetica della violenza per mano delle comunità armate di provvidenziali scope e con le ronde di autodifesa. La fine dell’impunità lessicale che solitamente salva i violenti quando si addobbano di seducenti parole d’ordine improntate alla giustizia. Con le mazze e i BlackBerry, ma sempre con il Bene contro il Male. Il popolo (vero) di Londra ha rovesciato lo schema, con la forza e con la fantasia. Ai saccheggiatori non resta che il brivido di una scarpa di marca rubata chissà dove.
Pierluigi Battista
VOCABOLARIO
PROTESTERS – Uno dei primi termini usati per indicare i protagonisti delle violenze scoppiate sabato scorso in Gran Bretagna: «contestatori»
RIOTERS – Si è poi passati a «rivoltosi», meno politico ma ancora privo dell’accezione criminale
LOOTERS – Quando è diventato più chiaro l’identikit della maggior parte delle persone coinvolte, per sottolineare l’aspetto puramente criminale delle loro azioni la stampa ha optato per la formula «ladri», «saccheggiatori»
THUGS – Altro termine generico che si è affermato dopo il terzo giorno di disordini, «criminali»
MORONS – Con il passare dei giorni, nessun riguardo per i gruppi che attaccavano negozi e abitazioni, semplicemente «stupidi»
SCUM – Ultimo stadio, il dispregiativo «feccia», «gentaglia», «rifiuti umani»