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 2011  agosto 12 Venerdì calendario

ERRORE STRATEGICO L’EUROPA CI CHIEDEVA TAGLI

Ci sono due possibili ragioni per spiegare il decreto legge che riscriverà la finanziaria approvata da poche settimane dal Parlamento italiano. La prima è la più banale: si sono sbagliati i calcoli, il terremoto finanziario ha aggravato la situazione di finanza pubblica, e c’è un buco da coprire con urgenza. Un intervento da pronto soccorso non avrebbe bisogno di mani abili e grande chirurgia: basta tamponare le ferite e salvare la vita al malato. Se così è possono essere utili prelievi straordinari (come quello ipotizzato sui redditi sopra i 90 mila euro), blocchi previdenziali temporanei e perfino soluzioni più volte utilizzate per fare cassa: riapertura di condoni e scudi fiscali in primis. Davanti all’emergenza non è il caso di andare troppo per il sottile, giudicando l’estetica degli interventi. La seconda ragione di questa finanziaria extra che Giulio Tremonti sta per varare è quella probabilmente più vicina alla realtà. Il terremoto che sta sconvolgendo mercati, monete ed economie di tutto il mondo, ha reso evidente come un lampo che nessuno più potrà permettersi di vivere al di sopra delle proprie possibilità. Vale per individui e vale per interi paesi. Era già chiaro un paio di crisi orsono, ed era chiaro soprattutto che il primo paese a dovere invertire la rotta fosse quello che un tempo fu il motore del mondo: gli Stati Uniti. La lezione non è servita, e ci sono volute due ri-crisi per non consentire più vie di scampo anche da quelle parti. Come gli Usa anche l’Europa ha davanti a sé la stessa strada senza uscita. E all’interno dell’Europa primi fra tutti i paesi più deboli, fra cui - inutile nasconderselo - c’è l’Italia. Questa sembra la condizione evocata con qualche timidezza ieri in Parlamento dallo stesso Tremonti, facendo riferimento alle condizioni contenute in una misteriosa lettera confindenziale ricevuta dalla Bce. Se questa è la realtà, e la strada è senza via di uscita, non ha senso però inserire nel decreto correttivo dei conti pubblici provvedimentitampone. Né condoni, né patrimoniali una tantum, né prelievi più o meno forzosi. Se l’Italia deve imparare a non vivere al di sopra delle sue possibilità, è lì che bisogna intervenire non con le forbici, ma con il piccone. E cosa è sovradimensionato rispetto alle possibilità dell’Italia? Due sole cose: lo Stato sociale e la pubblica amministrazione (che contiene in sé anche quella voce che si chiama “costi della politica”). Inutile farci giri intorno, e indorare la pillola. Se i mercati, la speculazione e il pressing internazionale ci hanno messo spalle al muro, questa è un’oc - casione d’oro- come sostengono i frondisti del Pdl guidati da Guido Crosetto- per farci imporre quella rivoluzione liberale che fu all’origine del programma politico di Silvio Berlusconi, ma è restata lettera morta in quasi un ventennio. La spesa pubblica italiana ammontava a 543,8 miliardi di euro nel 1998. Dieci anni dopo è salita a circa 720 miliardi di euro, con una crescita nominale del 32,4%. Alcune voci però sono cresciute in modo quasi esponenziale. La spesa per previdenza e integrazioni salariali è passata da 185,2 a 285,2 miliardi di euro. Quella sanitaria da 56,2 a 104,9 miliardi di euro. Quella per la pubblica amministrazione da 52,1 a 102,9 miliardi di euro. Ci sono mille rivoli di spesa, ma questi sono i capitoli più rilevanti. È lo stato sociale che offre agli italiani una protezione superiore a quella che possono permettersi. Due voci su tutte: previdenza-assistenza e sanità. Se un Paese non è in grado di pagare le pensioni di anzianità che ha, non può mantenere l’istituto, non ci sono alternative. E invece nel 2010 l’Inps ne ha erogate nuove 175 mila per una età media di 58,3 anni per lavoratori dipendenti e di 59,1 anni per i lavoratori autonomi. L’età media di pensionamento in Italia è tre anni inferiore a quella della media dei paesi censiti dall’Ocse. Un lusso che non ci si può più permettere. Lo stesso dicasi per la sanità: la spesa pubblica è lievitata oltre ogni limite. Se gli ospedali sono troppi, si chiudano. Se le prestazioni gratuite non sono più sostenibili, si facciano pagare proporzionalmente al reddito e con le esclusioni ovvie di rito. Ricetta non dissimile per la pubblica amministrazione. Il costo della macchina statale è cresciuto troppo, e non può che tornare a quello di dieci anni fa. Come? Riducendo il perimetro dello Stato: organi istituzionali e costituzionali, ministeri, comuni, province, regioni e anche dipendenti pubblici. Vietato assumerne per dieci anni, se proprio è impossibile o sconsigliabile licenziare come avverrebbe con altre aziende in crisi. Se davvero tutto questo è imposto all’Italia dalla Bce, bisogna prenderlo come una benedizione: qualcuno finalmente obbliga a dare a questo paese la medicina che serve una volta per tutte. Non cercherei vie di fughe, né concertazioni che diventano grottesche. Non serve l’al - leanza con chi ha enormi responsabilità nell’avere sfasciato l’Italia negli ultimi decenni. Benedetta pistola puntata alla tempia, alla fine del ventennio come d’incanto potrebbe finalmente realizzarsi quello che l’Italia che votò la rivoluzione liberale aveva inutilmente sognato.