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 2011  agosto 12 Venerdì calendario

BANCHE ITALIANE VIRTUOSE SULLA LEVA

Eccesso di leva. Un vizio diffuso tra le banche nel mondo pre-Lehman. E che tutt’ora, nonostante la discesa generalizzata del leverage, non è scomparso del tutto. Nell’età della crisi sui debiti sovrani, infatti, diversi istituti insistono: mantengono la quota di attivo, finanziato con mezzi di terzi, alta rispetto a quella costituita dai mezzi propri. Uno sbilanciamento rischioso che, com’è accaduto mercoledì scorso con Société Générale, viene sfruttato dalla speculazione. E che, nei commenti di diversi operatori, "avvicina" le strategie delle banche a quegli degli hedge fund. Certo, spesso più una "boutade" che un’analisi accurata: ogni banca fa storia a sé. Tuttavia, la spia dell’attenzione in questi casi viene accesa.

Ciò premesso, quali gli istituti che in Europa hanno la maggiore leva?

Secondo i dati di R&S Mediobanca, calcolati sullo stato patrimoniale di fine 2010, tra le banche più esposte su questo fronte c’è Deutsche Bank. L’istituto di credito tedesco vanta, infatti, un rapporto tra il totale attivo tangibile e il patrimonio netto tangibile di 54,3. In parole più semplici significa che: «I crediti verso banche e retail, più il portafoglio titoli e l’attività sui derivati - spiega Sergio Pigoli, capitano di lungo corso a Piazza Affari - sono oltre 54 volte il patrimonio netto senza l’avviamento. Cioè, per ogni euro di capitale ce ne sono 54,3 "emessi" dalla banca».

Una situazione che «in linea generale non è un male in sé: gli istituti di credito hanno come oggetto sociale quello di erogare credito. L’importante, invece, è vedere com’è composto l’attivo». Ebbene, spulciando tra i numeri, salta fuori che gli impieghi verso il retail della società tedesca sono il 24% dell’attivo; quelli verso le banche il 14,6 mentre le altre attività (dove sono inseriti anche i derivati) il 42,9 per cento. «Il che - commenta Pigoli - non è un mix ottimale».

Proprio in tal senso, è interessante guardare ai numeri di Dexia. L’istituto belga ha la leva più alta tra le banche europee considerate: il 66,8. In sé, quindi, una situazione che non lascia per nulla tranquilli. Analizzando, però, la composizione degli attivi patrimoniali ci si accorge che il 62,2% è rappresentato dai prestiti alla clientela. La voce "altre attività", invece, pesa per il 9,9 per cento. Ciò significa che la banca (17,1% il portafoglio titoli e azioni) ha sì un’elevata esposizione, ma sul business più tradizionale di credito. Certo, anche i prestiti a imprese e privati cittadini hanno il loro grado di rischio: possono trasformarsi, soprattutto in questo periodo di crisi economica, in rettifiche o crediti deteriorati (dalle sofferenze agli incagli fino ai prestiti ristrutturati o scaduti). Tuttavia, si tratta di attività meno problematiche; più lineari e meno soggette a dar vita a rischi. Un po’ diverso, invece, ciò che accade dalle parti di un altro big del credito, in questo caso francese: Crédit Agricole. Qui, alla leva elevata (50) corrisponde un peso degli impieghi alla clientela non così basso: il 40,4 per cento. Un’indicatore, quest’ultimo, che può rassicurare. Tuttavia, rimane alta la voce altre attività: è 21,8% sull’attivo.

Ben maggiore (28,8%) il peso delle "altre attività" (tra cui i derivati) nella inglese Barclays, che ha un rapporto tra attivo tangibile e patrimonio netto tangibile di 27,6. Un dato che stupisce poco: l’operatività ad alta leva, l’utilizzo di derivati hanno fatto rima (e lo fanno tutt’ora) con finanza anglosassone.

Gli istituti italiani

Fin qui il resto del Vecchio continente, ma riguardo all’Italia? I numeri disegnano una situazione abbastanza chiara. Per un sistema bancario che, come più volte è stato ripetuto, "parlava" poco l’inglese il vizio della leva è scarsamente diffuso. La nostra media di leverage, infatti, è di 21,5 contro quella europea del 27,5.

Gli stessi numeri dei due big, Intesa SanPaolo e UniCredit, confermano la situazione: il primo ha una leva di 22,1 e vanta un peso degli impieghi verso la clientela del 57,6 per cento; il secondo, con le altre attività al 12,4%, è caratterizzato da un leverage ratio del 21,5. Al di là della sempre valida premessa che ogni banca fa storia a sé, da analizzare attraverso altri numeri e multipli, la fotografia conferma che gli istituti italiani sono più conservativi. E non recitano la parte degli hedge. Una caratteristica che il mercato, però, non sembra volergli riconoscere. Ma questa, com’è noto, è tutta un’altra storia.