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 2011  agosto 12 Venerdì calendario

Tutto cominciò subito dopo Dallas. Un breve stacco pubblicitario e alle 21.30, con altrettanta discrezione, entrò nelle case degli italiani una trasmissione che avrebbe segnato la storia della nostra televisione

Tutto cominciò subito dopo Dallas. Un breve stacco pubblicitario e alle 21.30, con altrettanta discrezione, entrò nelle case degli italiani una trasmissione che avrebbe segnato la storia della nostra televisione. Era il 1981 e sulle note di una curiosa versione vocale dell´Aria sulla quarta corda di Bach, prendeva il via la prima puntata di Quark, uno dei programmi di divulgazione scientifica più longevi e di maggior successo su scala internazionale. A condurlo, un giornalista già familiare al pubblico ma destinato a divenire, oltre che il più celebre divulgatore scientifico italiano, una delle figure più note e apprezzate del panorama televisivo tout court. Trent´anni dopo, Piero Angela è un punto di forza della prima serata di Rai Uno con Superquark - una puntata speciale celebrerà l´anniversario a fine anno - ha un nuovo libro in preparazione e fa ricostruzioni multimediali di importanti siti archeologici. Quando nacque Quark lei aveva già realizzato una lunga serie di documentari e programmi di divulgazione a partire dal 1968, tra cui quella sul Futuro nello spazio, dedicata al programma Apollo. «Nel ‘52 ho iniziato a lavorare per la Rai come cronista alla radio. Nel ‘68 sono arrivato a Roma a condurre il primo telegiornale fatto da giornalisti, ci alternavamo con Andrea Barbato. Poi come inviato seguii tutta la preparazione della missione sulla Luna, l´Apollo 7, 8, 9, 10 e 11. Quella grande impresa mi colpì molto, soprattutto per il modo in cui era organizzata la parte tecnologica, lo sforzo coordinato e colossale messo in campo dagli Stati Uniti». Le grandi potenze si sfidavano nell´assalto al cielo. «Per dare l´idea: la NASA aveva tanti centri sparsi sul territorio, erano coinvolte tutte le grandi industrie, aerospaziale, chimica, computer, si calcola che circa 600.000 persone abbiano lavorato per mandare quei due sulla Luna. Ma ancor di più era straordinaria la dimensione scientifica che si sviluppava attorno al progetto. Dall´esigenza di non portare batteri sulla Luna, di evitare contaminazioni, anche da parte degli astronauti dopo il ritorno, nacque un centro per studiare le condizioni per potenziali forme di vita su altri pianeti, e gli stessi processi che sulla Terra hanno portato all´origine e allo sviluppo della vita…». L´epopea dello spazio come chiave di accesso alla scienza nel suo complesso… «Del tema mi ero sempre interessato a livello personale. Nei dieci anni successivi ho fatto solo documentari di scienza. Seguivo le tematiche del Club di Roma: questo gruppo di ricercatori rovesciava per la prima volta la filosofia della crescita illimitata, che negli anni Sessanta era dominante. Dicevano: guardate che qui ci sono problemi di sovra-popolazione, problemi alimentari per le popolazioni povere, problemi di inquinamento, problemi climatici, di risorse, di esaurimento delle fonti di carburanti fossili… Tutti problemi per cui la gente allora alzava le spalle, e che oggi sono diventati le sfide cruciali per l´umanità. Il Club di Roma ne aveva previsto la maggior parte e sosteneva che la ricerca può rallentare o accelerare certi processi. Un´esperienza che univa scienza, economia e politica». Come le venne l´idea di una rubrica dedicata alla scienza? «Perché con una rubrica, cioè con molti collaboratori, utilizzando servizi, personaggi in studio e i documentari della Bbc, era possibile trattare scienza e tecnologia in senso più ampio. Allora la tv era molto diversa: anche se cominciavano ad emergere i canali privati, la Rai non aveva veri problemi di competizione, non c´era la corsa all´ascolto che poi è diventata determinante. La prima puntata fece nove milioni di spettatori, questi erano gli ascolti dell´epoca. Eravamo in seconda serata. Quark durava meno di un´ora. Mi pare che anche il varietà del sabato sera durasse circa un´ora. Nel ‘94 abbiamo dovuto adeguarci a una nuova logica dei palinsesti e fare un programma che durasse quasi due ore». Come si racconta il fascino della scienza? «Ci sono sempre due filoni: da un lato, la scienza per capire il mondo, l´uomo, la materia, l´infinito…un aspetto di cultura, di filosofia in un certo senso. Dall´altro la tecnologia come chiave di accesso, per esempio, all´economia. L´economia e la crescita dipendono dalla tecnologia: senza tecnologia il terziario non si può sviluppare. Quando è nato mio padre, due terzi della popolazione lavorava nell´agricoltura - oggi in Italia è il 5%. Il passaggio a una società post-industriale permette di fare cose che senza la tecnologia erano impossibili, almeno in queste dimensioni: studiare, insegnare, fare il giornalista, lo scrittore, il filosofo, il ricercatore di base, il cantante rock. Una volta tutti andavano a zappare. Insomma, la mente umana è accesa dalla tecnologia. Se non puoi andare a scuola tutta la tua intelligenza potenziale rimane a terra. La tecnologia è economia, industria, politica, profitto ed anche inquinamento, ma devi conoscerla per poterla gestire. Per questo oggi occorrono non solo tecnici, ma anche una cultura in grado di capire il valore e la consistenza del ramo sul quale si è seduti. E´ questo il tema del mio nuovo libro». Nel periodo in cui è nato Quark c´era un contesto particolarmente favorevole anche dal punto di vista della sensibilità del pubblico? «L´interesse del pubblico per la scienza non è solo una caratteristica culturale, ma anche genetica: ci sono persone più curiose e altre meno. Ci sono persone a cui interessa capire il corpo umano, il cervello, le molecole, lo sviluppo tecnologico…e altre invece più interessate alle emozioni, l´amore, l´avventura, magari al soprannaturale. La scienza ha un suo pubblico, con uno zoccolo duro che rimane nel tempo. Anche adesso che è estate e con una scelta di canali molto più ampia, circa quattro milioni di persone seguono Superquark…». Come spiega il successo della scienza in tv, in un Paese che è spesso accusato di scarsa attenzione alla cultura scientifica? «Forse proprio per questo. Se nel Paese la scienza è poco apprezzata, le persone davvero interessate sono ancora più motivate e hanno voglia di saperne di più. In generale, in Italia c´è una cultura di tipo più umanistico-letterario. Sulle pagine culturali dei giornali scrivono pochi scienziati o economisti, mentre sono tanti i letterati, gli scrittori, i filosofi. Quando va bene la scienza ha una pagina, ma in cui non si parla di cultura scientifica; si trovano delle notizie, delle curiosità e cose che riguardano anche la medicina e la salute». Attorno a Quark e agli altri programmi è cresciuto in questi anni un gruppo di autori ed è emerso anche un altro conduttore, Alberto Angela… «Sì, ma la storia di Alberto è completamente diversa dalla mia. Lui è partito dalla scienza ed è arrivato alla divulgazione; io sono partito dal giornalismo, che è una scuola di divulgazione, per arrivare ai programmi scientifici». Ma in questi trent´anni anni c´è stata una crescita della cultura scientifica del nostro Paese? «No. Io credo che malgrado tutti gli sforzi ci sia un punto debole in tutto questo, e sono gli scienziati. A parte alcune eccezioni, gli scienziati non parlano, non si fanno vivi, non protestano, non escono abbastanza allo scoperto. Qualunque categoria professionale ha delle lobby, in senso buono, organizzazioni di pressione per far valere i propri diritti, le proprie priorità anche con manifestazioni, scioperi, marce…non si chiede certo agli scienziati di incendiare i cassonetti, ma di far sentire la loro voce, di spiegare queste cose anche al pubblico. Invece c´è un silenzio terribile, nella politica, nell´informazione, nella cultura…a scuola si insegnano le materie scientifiche, ma il senso di tutte queste cose, il valore culturale, sociale, politico, tecnologico, industriale… non lo dice nessuno. Credo che una parte del vuoto che si è creato intorno alla scienza sia in parte dovuto al silenzio di chi dovrebbe parlare».