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 2011  agosto 12 Venerdì calendario

La storia dello sport è senz´altro la storia della cultura: lo sport non è affatto un´evasione, un impiego libero del tempo libero

La storia dello sport è senz´altro la storia della cultura: lo sport non è affatto un´evasione, un impiego libero del tempo libero. E´ un´educazione, una disciplina, un mercato, un´industria, un´arte. Lo dimostra con sapienza e intelligenza lo studio di Kasia Boddy, La storia della boxe (Odoya editore). Vi chiederete, come è finito in mano mia? Rispondo subito: per caso. Ma è tempo di vacanze, e quale migliore vacanza che provare a conoscere un mondo ignoto? che ci fa paura? Perché confesso che mai e poi mai andrei sotto un ring a fare il tifo, e film meravigliosi come Fronte del Porto, Da qui all´eternità, Il colosso d´argilla, Toro scatenato lo ho visti a metà, con entrambe la mani sugli occhi. D´accordo, con le dita un po´ allargate, per strappare comunque al mio spavento un´emozione. E´ solo perché rispetto nel profondo la libertà degli altri che non la pensano come me, che non marcio insieme a chi vorrebbe bandire la boxe. Ma sotto sotto proprio come la classe media benpensante penso (o meglio pensavo, finché non ho letto questo libro) alla boxe come a un fenomeno sociale non meno reprensibile della prostituzione: per un giovane povero l´equivalente del commercio sessuale per una povera ragazza. O invece ai grandi boxeur, come alle grandi cortigiane, si dovrebbe riconoscere, pur nella loro sfacciata vistosità, di provvedere a una funzione catartica? E considerarli dei santi-guaritori, che forniscono alla comunità una specie di servizio igienico, ricordandoci che siamo fatti di carne, cosa che la nostre società ipocrite tendono a nascondere? Non a caso "si gioca" a calcio, "si gioca" a basket, ma non "si gioca" a boxe. La boxe è fino a un certo punto "un gioco". Così, leggendo, mi è tornata alla mente una lettera di John Keats. Il poeta romantico per eccellenza, parla della ‘bellezza´ della violenza. Intende dire che c´è un istante di bellezza nella vibrazione dei muscoli, nell´energia che anima un corpo e lo scatena… John Keats, così fragile e minuto, che muore di tisi a ventisei anni, avrebbe voluto essere un pugile. E non è il solo. Come Kasia Boddy dimostra, sono in molti gli scrittori e gli artisti che trovano la boxe ‘poetica´. Basta pensare, per venire più vicino ai giorni nostri, a Hemingway, a Mailer, a Joyce Carol Oates. O ai bellissimi pugili di una pittrice che amo, Titina Maselli. Negli anni ‘50 Titina cominciò coi calciatori rossi al cadmio, blu oltremare, violetti, poi arrivarono i boxeur profilati sulla carta rosa della Gazzetta dello Sport, vere e proprie icone pop. In modo intelligente e avvincente questo libro ci racconta come nasce e si trasforma uno sport che provoca insieme repulsione e fascino. Comincia con un frammento di un vaso miceneo, ritrovato a Cipro nel 1300-1200 a. C., su cui sono disegnate due figurine esili, atletiche, che si tendono i pugni chiusi. Passa poi a Epeo, il personaggio omerico che è all´origine della figura del boxeur aggressivo e sbruffone. Mentre l´episodio della folla che spinge Odisseo, il quale di suo non vorrebbe, a fare a botte con Iro è letto come il primo caso di godimento vicario della violenza. Sono gli spettatori a desiderare quell´eccitazione ambigua che deriva dalla boxe: non vogliono combattere loro, ma vogliono godere dei rischi che qualcun altro correrà al posto loro. Dall´Iliade e l´Odissea Boddy passa a Virgilio e poi arriva in Inghilterra, a quella che definisce "l´età dell´oro", che sarebbe nel Settecento, quando anche le donne boxavano. E ci mostra una caraffa del periodo, dove è rappresentato un incontro tra Humphrey, "il pugile gentiluomo" e Daniel Mendoza, noto come "l´ebreo". Sono i primi pugili a costruire le loro carriere sfruttando l´odio razziale. Senza pregiudizio, in modo equanime, cogliendo questioni complesse in dettagli inattesi, Boddy analizza l´ambiguità politica e morale di combattimenti che hanno avuto un ruolo decisivo non nella storia della boxe, ma della coscienza umana. La vittoria di Johansson su Floyd Patterson, ad esempio, è stata davvero la rinascita dell´orgoglio bianco? O fu sempre e comunque un bieco razzismo a trionfare? E qual è il vero significato in termini di liberazione dell´icona per eccellenza della boxe moderna, e cioè Mohammed Ali, che il presidente Bush nel 2005 descrisse come un ‘uomo di pace con una bellissima anima´? Diventare un´icona non vuol dire sempre e comunque entrare a far parte dell´establishment?