Il fatto del giorno
di Giorgio Dell'Arti
Il Def e i soldi per gli statali
Dopo due ore di discussioni, il consiglio dei ministri ha varato ieri pomeriggio (in tempo per i telegiornali) il cosiddetto Def, Documento di Economia e Finanza.
• Tutti gli anni la stessa storia, e non mi ricordo mai che cosa vuol dire.
Esiste un Patto di Stabilità e Crescita, concordato a livello europeo. Il Def è l’impegno scritto, da parte dell’Italia, a sviluppare il Paese in armonia con quel Patto. Specificando il quanto, il come e il dove. La crescita deve essere - parole europee - «intelligente, sostenibile solidale». Sono parole, lo ammetto, ma alla fine si traducono in numeri e questi numeri possono essere contestati se qualcuno a Bruxelles pensa che non siamo abbastanza «intelligenti, sostenibili e solidali». Si deve avere pazienza.
• Sono rassegnato.
Stavolta il problema era più difficile del solito. Oltre alle solite linee di «programmazione della politica economica nazionale, che traccia, in una prospettiva di medio-lungo termine, gli impegni, sul piano del consolidamento delle finanze pubbliche, e gli indirizzi, sul versante delle diverse politiche pubbliche» (è burocratese, ma con un po’ di sforzo comprensibile) bisognava accontentare l’Unione europea a cui non è piaciuta la nostra manovra di dicembre, la cosiddetta Legge di stabilità, nella quale abbiamo, secondo gli europei, speso troppo e risparmiato troppo poco.
• Quindi?
Quindi l’Europa aveva pronta una procedura d’infrazione, per evitare la quale ci ha detto di trovar soldi - cioè risparmi o comunque meno cosi - pari allo 0,2 per cento del Pil. Il nostro Pil è all’incirca di 1.700 miliardi, lo 0,2% è all’incirca di 3,4 miliardi. Sono soldi che ci toglieranno in qualche modo dalle tasche, comunque la presentino.
• Dove colpiranno?
L’estensione alle società partecipate dell’autofatturazione dell’Iva, già in vigore negli acquisti effettuati dalle pubbliche amministrazioni dovrebbe garantire incassi per un miliardo, tagli alle spese dei ministeri e delle amministrazioni centrali per 600 milioni, extra gettito di 400 milioni dai giochi (gratta e vinci, ecc.), duecento milioni dalla «rimodulazione» delle accise su tabacco e sigarette, altri duecento milioni dalla rottamazione delle liti fiscali pendenti. Manca ancora un miliardo ai 3,4 previsti, ma forse Gentiloni e Padoan vogliono discutere ancora con Bruxelles fidando nella loro comprensione per l’incertezza politica del momento. In ogni caso, alla fine del consiglio dei ministri, il premier Gentiloni ha detto questo: «C’è un messaggio di forte rassicurazione: abbiamo i conti in ordine senza aumentare le tasse ma accompagnando il risanamento con misure di sviluppo e promozione della crescita, quindi il lavoro fatto in questi anni dal governo continua e continua con il binomio riforme-crescita".
L’approvazione del Def e della manovra rappresenta un lavoro molto importante di cui ringrazio innanzitutto il ministro dell’Economia Pier Carlo Padoan che insieme a noi di Palazzo Chigi ha trovato la soluzione. Credo che il consenso avuto alla proposta in cdm sia molto eloquente».
• In che senso dovremmo essere rassicurati?
Soprattutto perché si prevede una crescita del Pil dell’1,1%, invece dell’1% che circolava fino alla vigilia. Senta Gentiloni: «Il Def registra l’andamento di una crescita che si sviluppa dallo 0,9% del 2016 all’1,1% del 2017. Questa progressione ci dice la necessità di seguire la strada intrapresa. Le nostre sono previsioni prudenti, in particolare per il 2018. C’è una curva di riduzione del deficit dal 3% del 2014 al 2,1% che presumibilmente ci sarà quest’anno. Oltre al Def il Cdm ha approvato un decreto con 4 capitoli: la correzione dei conti dello 0,2%, le misure a favore degli enti locali, misure per il terremoto, altre misure per la crescita, contestualmente abbiamo condiviso un piano di investimenti al 2032 di 47,5 miliardi. L’insieme di queste misure è la migliore risposta a chi volesse presentare questa operazione come “depressiva”. È una operazione che prosegue il percorso di risanamento e di rilancio». Padoan ha poi smorzato gli entusiasmi informando che nel 2018 e nel 2019 il Pil scenderà all’1%, questo a causa di «una politica fiscale particolarmente stringente». Vale a dire: arriveranno altre tasse, «per via degli accordi europei». Nel 2020, finalmente, «ci sarà un’impennata verso l’alto della crescita». Le riforme strutturali cui accenna Gentiloni riguardano la contrattazione decentrata, la legge sulla concorrenza, la lotta alla povertà, le privatizzazioni, le riforme della giustizia civile e amministrativa.
• Mi pare troppa roba per un governo che non si sa nemmeno se arriverà a ottobre.
Bisogna aggiungere i soldi stanziati per gli statali. 2,8 miliardi che dovrebbero rappresentare, per i dipendeti della pubblica amministrazione, un incremento in busta paga di 85 euro mensili.
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