Il fatto del giorno
di Giorgio Dell'Arti
Caccia a Igor
Un migliaio di uomini dànno la caccia a Igor, l’uomo che dieci giorni fa ha ucciso, nel bar di Riccardina di Budrio, Davide Fabbri, 52 anni, e che poi, sabato scorso, fermato a otto chilometri da Portomaggiore, in località Molinella, da due guardie che credevano di aver pizzicato un pescatore di frodo, ha ammazzato un’altra volta sparando al cuore di Valerio Verri, sessant’anni, guardia ambientale volontaria, e ferendo in modo serio, ma non letale, il suo compagno. Quindi Igor, forte di due revolver, un fucile e quaranta pallottole, è scomparso di nuovo tra Molinella e Marmorta, dalle parti della provinciale 79, mentre polizia e carabinieri si rendevano conto di avere a che fare con un tizio divenuto per qualche ragione ferocissimo e deciso a non farsi prendere e a tirarla il più possibile per le lunghe campando di furti e rapine e, se del caso, ammazzando. La cosiddetta “Bassa”, cioè il territorio umido, nebbioso, ricco di vegetazione e vastissimo che sta tra Bologna e Ferrara, quello dove Guareschi ha ambientato le avventure di don Camillo e Peppone, è particolarmente adatta a chi conosce il territorio e sa nascondersi, ricca com’è di paludi, fienili, fossi, argini. Non lontano da qui (Ravenna e dintorni) stava imboscato il Passatore e da queste parti la scampavano facilmente i partigiani al tempo dei tedeschi, dato che loro conoscevano il territorio e i nazisti no. Adesso la situazione è ancora più favorevole per chi si nasconde, perché è pieno di casolari disabitati, che appartenevano a famiglie i cui vecchi sono morti e i cui giovani sono scappati in città o all’estero.
• Intanto, non è mica sicuro che si chiami Igor.
Non è sicuro neanche che sia russo. Sarebbe anzi serbo, schedato dalla polizia di Belgrado e forse si chiamerebbe Igor Vaclavic, di anni 40 o 41, altezza uno e 75, atletico, parla sei lingue. Il suo vero nome potrebbe anche essere Ezechiele Norberto Feher, come risulta dalla sua pagina Facebook, dove appare ora perfettamente rasato, ora con baffi e barbetta, qualche volta sorridente e qualche altra con lo sguardo duro del killer. L’uomo è ambiguo e silenzioso, e le uniche notizie di qualche consistenza si sono raccolte nel carcere di Ferrara, dove ha passato parecchio tempo. Il cappellano di quel carcere, monsignor Antonio Bentivoglio, dice: «Partecipava a coro e catechismo. Ci ha sempre mentito. Era taciturno e non rideva. Ma non ha mai dato problemi, era disponibile, lo chiamavo per dare una mano a pulire la chiesa. Ora penso che ha fatto finta di essere un’altra persona». Il suo ex avvocato, Stefania Smanio, ha detto: «Non ha bisogno di armi. È lui stesso un’arma».
• A quanto pare non è neanche un soldato.
S’è spacciato per un ex soldato dell’Armata rossa, ma non deve essere vero. In carcere ha raccontato di aver disertato il fronte ceceno. Dalle parti di Molinella dicono di conoscerlo bene. Sta in Italia da 17 anni, un tempo avrebbe fatto l’operaio in un’azienda di Ferrara, e poi si sarebbe dedicato a furti e rapine, girando tra Ferrara e Bologna. Colpi a Mesola, Coronella, Gabanella. Rapine a colpi d’ascia e col casco in testa, oppure con la balestra, le frecce e la faretra, abbastanza incredibile. Adesso è naturalmente inseguito da un mandato di cattura, ma prima aveva sul groppone due decreti di espulsione, il primo risalente al 12 settembre 2010. L’anno successivo però era in carcere a scontare cinque anni e otto mesi di reclusione per una serie di rapine nel Ferrarese. Espiata la pena, era stato espulso di nuovo e neanche stavolta s’era riusciti a far eseguire il decreto perché i russi avevano negato che fosse un loro concittadino. Mentre tentavano di mandarlo via dall’Italia, le autorità lo hanno rinchiuso nel Centro di identificazione ed espulsione, da cui usciva senza problemi per qualche colpo. Da ultimo avrebbe rubato a una guardia giurata di Consaldolo la pistola argentata - una Smith & Wesson, forse - con cui poi ha ammazzato il barista di Budrio. Testimoni raccontano di averlo visto girare, prima del colpo a Budrio, in bicicletta, con la doppietta a tracolla, il cappello e la giubba cerata.
• Com’è organizzata la caccia?
Mille uomini, che si dànno il cambio (a battere il territorio sono sempre 800 guardie, ventiquattr’ore su ventiquattro), e una muta di cani molecolari. I cani hanno fiutato qualcosa in mezzo alla boscaglia, forse il giaciglio dove ha passato una di queste notti. Le tracce si perdono poi sulla provinciale. Sono all’opera le élites dei carabinieri, cioè i i Gis, e le forze scelte della polizia, vale a dire i Nocs. Poi i paracadutisti del Tuscania, le unità cinofile, e da ultimo i cacciatori di Calabria, specialisti nella cattura dei latitanti tra le gole dell’Aspromonte, che sanno stare acquattati sul terreno e aspettare. Si spara con prudenza perché gli uomini sono così numerosi da rendere possibile il cosiddetto «fuoco amico». Sarebbe obbligatorio per tutti il giubbotto antiproiettile, ma a quanto pare non ce ne sono a sufficienza.
• Mi sa che una caccia all’uomo simile in Italia non s’era mai vista.
No, qualche caso c’è stato. Nel 2004 Luciano Liboni, dopo due anni e mezzo di latitanza, in fuga tra Rimini e Roma, riuscì a farla franca per dieci giorni. Da ultimo lo presero al Circo Massimo, nonostante avesse sequestrato e tenesse in ostaggio una turista francese, epilogo che si teme fortemente anche nel caso di Igor (che si difenda prendendo qualcuno in ostaggio, cioè). Un altro fuggitivo celebre è Filippo De Cristoforo, che dopo aver ammazzato la compagna, andò in giro per il Mediterraneo, insieme alla sua nuova amante, a bordo di un catamarano. Nel 2012 ci sono le battute sull’Ogliastra per catturare Attilio Cubeddu, e al tempo dei tempi le evasioni di Vallanzasca e prima ancora le imprese del bandito Cavallero, immortalato da Gian Maria Volontè nel film di Lizzani.
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