la Repubblica, 11 aprile 2017
Finti 007 e intercettazioni, così hanno manipolato le carte per coinvolgere Palazzo Chigi
ROMA Sembra una faccenda uscita dalla sentina dei giorni peggiori della storia repubblicana. E, invece, è storia di questi ultimi tre mesi e, per come documentata ora dalla Procura di Roma, la si può raccontare in due parole. La mano di un impostore che indossa l’uniforme di ufficiale dell’Arma dei carabinieri – Gianpaolo Scafarto, capitano del Nucleo di Tutela dell’Ambiente – ha intossicato l’inchiesta sul traffico di influenze e le tangenti Consip e rischia ora di segnarne irrimediabilmente il destino allungando l’ombra del ragionevole dubbio anche su circostanze, giudiziarie e non, che, fino a prova contraria, pure non risultano sporcate da un lavoro di macroscopica manipolazione. E questo perché quella mano ha costruito consapevolmente almeno due falsi che, con tutta evidenza, dovevano, simultaneamente, raggiungere tre obiettivi.
Il primo: costruire una sequenza indiziaria in grado di annodare logicamente e temporalmente la responsabilità politica dell’ex Presidente del Consiglio Matteo Renzi a quella penale del padre Tiziano, del suo spiccia faccende Carlo Russo e dell’imprenditore napoletano Alfredo Romeo. E, a cascata, a quella del ministro ed ex sottosegretario Luca Lotti e del comandante generale dell’Arma Tullio Del Sette.
Il secondo: offrire la prova regina di un rapporto diretto tra lo stesso Romeo e Renzi padre (perché “confessata” dal primo, ancorché dimostrata altrimenti).
Il terzo: alimentare una campagna di stampa che, con perfetta sincronia e sapiente “fuga di notizie”, nel passaggio di una parte del fascicolo dell’inchiesta dalla Procura di Napoli a quella di Roma, doveva precostituire il perimetro e il percorso di un’inchiesta cui al procuratore aggiunto Paolo Ielo e al sostituto Mario Palazzi doveva restare il ruolo notarile del “visto si proceda”, a meno di non incorrere nell’accusa di insabbiatori per conto del Pd di Matteo Renzi.
Un’operazione di intossicazione che è utile documentare in alcuni suoi passaggi chiave e nel suo (al momento) “solitario” protagonista, il quarantatreenne capitano Gianpaolo Scafarto. Di lui, per quanto se ne legge in una celebrazione dedicatagli dal Fatto quotidiano in uno degli articoli sulla vicenda Consip, si vuole sia “allievo” di “Ultimo”, l’ex ufficiale del Ros che catturò Totò Riina e che ha a lungo comandato il Noe. Ma, soprattutto, Scafarto è l’ufficiale che firma buona parte delle informative su Consip nelle indagini che al Nucleo sono state delegate dalla Procura di Napoli. Che ha “l’intuizione” di rovistare nell’immondizia prodotta dagli uffici di Romeo per ricomporre il puzzle di quelli che appaiono i “pizzini” in grado di documentare promesse di denaro che l’imprenditore napoletano ha contrattato con Tiziano Renzi e il suo pesce pilota Carlo Russo in cambio dei loro buoni uffici con i vertici di Consip. Che inchioda i due Renzi, Matteo e Tiziano, a una croce da cui sembra non debbano più scendere.
Sappiamo ora che per farlo, ricorre a due mosse da baro. In cui la negligenza non c’entra nulla. Ma, al contrario, si rintraccia un metodo antico. Che ha le stimmate della spregiudicatezza. E in ossequio al quale, maturato il sospetto, lo si veste di elementi suggestivi (in questo caso, per giunta, falsi e manipolati) per fargli assumere dignità di prova.
La prima mossa riguarda Matteo Renzi. Per poter accreditare infatti un ruolo, quantomeno politico, dell’allora premier nelle vicende che coinvolgono il padre Tiziano, è necessario costruire una narrazione giudiziaria in cui il Noe – isola di incontaminata purezza investigativa che non ha paura di sfidare la Presidenza del Consiglio – è minacciato da un lato da un nemico interno (il comandante generale Del Sette, il comandante della regione Toscana Saltalamacchia, accusati tuttavia da altre testimonianze) che mette sul chi vive i protagonisti della vicenda Consip di un’indagine in corso. E, dall’altro, da un nemico esterno che ha le sembianze delle barbe finte dell’Aisi (la nostra Intelligence interna, per giunta diretta da un generale dell’Arma), attivate, va da sé, da un terrorizzato Palazzo Chigi che ha urgenza di conoscere in tempo reale dove stiano ficcando il naso gli uomini di “Ultimo”.
Per fare questo bisogna però creare l’incidente e truccare le carte. È quello che succede il 18 e 19 ottobre del 2016 quando, come scoprirà la Procura di Roma, a un innocuo cittadino italiano nato in Venezuela che ha la sfortuna di sostare a poche centinaia di metri dagli uffici di Romeo, il Noe attribuisce la verosimile patente di agente segreto pur avendo potuto verificare, in tempo reale e con interrogazioni alle banche dati del Ministero dell’Interno, che l’auto su cui viaggia e la sua identità nulla hanno a che fare con i nostri Servizi. È un falso macroscopico e premeditato. Perché non solo di quella “prova negativa” non fa cenno l’informativa che il 9 gennaio di quest’anno viene consegnata alle Procure di Roma e Napoli. Ma perché di quella prova negativa non c’è traccia neppure nelle relazioni di servizio su quanto accaduto quel 18 e 19 ottobre e che dell’informativa sono il presupposto.
Non va diversamente per la seconda carta truccata da Scarfato. Vale a dire per l’intercettazione ambientale di un’affermazione pronunciata da Italo Bocchino e per giunta riferita a Matteo Renzi che, nonostante i brogliacci dicano il contrario, viene attribuita a Romeo perché questo consente di scrivere nell’informativa che si tratta – testuale – della «prova che consente di inchiodare alle sue responsabilità Tiziano Renzi» dimostrando i suoi incontri proprio con Romeo.
La storia è all’inizio. E sarà interessante vedere innanzitutto come risponderà a una prima domanda: questa velenosa polpetta che è stata propinata a due Procure della Repubblica, al quotidiano il “Fatto” «in esclusiva» e, a rimorchio, al resto della stampa del Paese è tutta farina del Carneade Scafarto?