Il Messaggero, 11 aprile 2017
Fino a dove può spingersi Trump
NEW YORK Il segretario di stato americano Rex Tillerson arriva a Mosca domani con il suo paese schierato su una linea offensiva che da decenni non è mai stata tanto minacciosa. I missili in Siria, le navi in arrivo nella penisola coreana, e una retorica contro la Russia e l’Iran che cresce di tono e di volume di giorno in giorno. Quanto si può tendere questa corda senza che si spezzi? E fino a dove l’amministrazione americana è disposta a lanciarsi in questa corsa a gonfiare i muscoli, e riproporsi come il gendarme del mondo? Tillerson ha osservato un lungo periodo di silenzio dopo l’insediamento al dipartimento di Stato, dal quale è uscito la scorsa domenica con una serie di interviste televisive prima della sua partenza per Roma.
IL CASO DAMASCO
Sulla Siria ha detto che la posizione americana non è cambiata, e che alla fine del conflitto civile in corso nel paese, saranno i cittadini a decidere il futuro del loro presidente Bashar al Assad. Ma ha anche ammesso che «con ogni nuovo attacco contro la popolazione inerme, la sua credibilità perde consistenza». Alle spalle del diplomatico americano, l’ambasciatrice all’Onu Nikki Haley è stata più esplicita: «Non esiste una soluzione della crisi siriana che passi per la leadership di Assad». Il concetto è stato ribadito ieri dal portavoce della Casa Bianca Sean Spicer: «La disattivazione della violenza in Siria e la sostituzione di Assad possono senz’altro procedere in parallelo». Il portavoce di Putin Dmitri Peskov ha messo le mani avanti ieri: «Il ritorno degli pseudo-tentativi di risolvere la crisi riesumando il mantra della rimozione di Assad non porta da nessuna parte». Per i russi il bombardamento della base aerea di Shairat inoltre mostra la «totale indisponibilità di Washington a cooperare in Siria». La discussione sulla Siria che prometteva di esser il punto di minor frizione tra Lavrov e Tillerson, rischia quindi di diventare un argomento spinoso. La portaerei Carl Vinson intanto prosegue sulla rotta di avvicinamento alle acque coreane, accompagnata da sei fregate munite di lanciarazzi e di una batteria contraerea.
Arriva in concomitanza con la celebrazione per Il Giorno del Sole, che sabato prossimo festeggerà l’anniversario della nascita di Kim Il-sung, capostipite della dinasta di dittatori di Pyongyang. Negli anni passati la ricorrenza è stata usata dal regime come ribalta per il lancio di nuove sfide al mondo, e di nuovi esperimenti balistici che mostrano i progressi compiuti dall’esercito. La sfida americana rassicura gli alleati Giappone e Corea del Sud, ma è anche una miscela ad alto potenziale esplosivo. Per fortuna su questo fronte il recente incontro tra Trump e Xi sembra aver aperto uno spiraglio ad un maggior coinvolgimento cinese. Così ieri mentre la diplomazia pechinese dichiarava la marcia della Vinson una «minaccia alla distensione», l’emissario di Pechino per la denuclearizzazione della Core del Nord Wu Dawei si è seduto a parlare con il suo omonimo sud coreano Kim Hong-kyun.
L’INCONTRO
I due paesi hanno promesso che in caso di nuove provocazioni del regime del nord, metteranno in atto le sanzioni contro Pyongyang auspicate dall’Onu. Sui due lati della frontiera la tensione è molto alta: i nordcoreani hanno condotto diverse azioni di disturbo negli ultimi giorni, e le basi aeree del sud sono tutte in stato di allerta. Il nodo centrale della tensione resta comunque l’arrivo di Tillerson a Mosca questa sera, dopo il summit di Lucca. L’ex amministratore della Exxon si è guadagnato da imprenditore l’onorificenza russa dell’ ordine dell’Amicizia e ha trattato con gli oligarchi della capitale, così come con i petrolieri di Tehran. Ora arriva per la prima volta nelle vesti di diplomatico. Nell’agenda ha un incontro con il ministro degli Esteri Lavrov, mentre gli sherpa delle due amministrazioni lavorano nell’ombra per consolidare uno scambio anche con Putin. Ma dopo il bombardamento di Shairat venerdì scorso le trattative si sono inceppate.
IL FACCIA A FACCIA
«Non abbiamo annunciato un incontro con Putin, ha detto ieri un Peskov stizzito nel corso di una conferenza stampa telefonica – e non c’è al momento nessun appuntamento iscritto nell’agenda del nostro presidente». La chiusura potrebbe rivelarsi pretattica di fronte alla sfida americana, e risolversi in una stretta di mano pacificatoria. Ma l’esito opposto è ugualmente possibile, e a quel punto lo schieramento di forza degli Stati Uniti sarebbe chiamato ad una verifica dei limiti che Trump, e il paese che ha alle spalle, sono disposti a superare nel nuovo corso politico dell’America First.