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 2017  aprile 11 Martedì calendario

Lo sbiancamento (una lenta asfissia) della Grande barriera corallina

La Grande barriera australiana è in agonia. Gli scienziati che studiano la salute dei suoi coralli ormai suonano le campane a morto: ben due terzi del reef è «sbiancato» – fenomeno che equivale a una lenta asfissia – e il fatto che ciò sia avvenuto nel giro di soli due anni è sufficiente per lanciare un allarme senza precedenti. «Questo è il quarto episodio dal 1998, con intervalli sempre più ravvicinati – spiega il professor Terry Hughes, che guida l’Arc Centre of Excellence for Coral Reef Studies —. I coralli sbiancati non sono necessariamente morti ma ci vuole almeno un decennio perché recuperino, e con queste condizioni ricorrenti non sarà possibile».
I ricercatori hanno sorvolato 8000 chilometri di barriera, di cui oltre 1500 risultano danneggiati. Nel 2016 il brusco innalzamento delle temperature del mare (+4%), provocato dalla corrente calda di El Niño, ha causato lo sbiancamento della parte settentrionale del Great Reef, quest’anno invece è colpita la zona centrale. Eppure El Niño stavolta non c’entra, e questo non è un bel segnale.
«Prima agiamo sulle emissioni di gas a effetto serra e quindi sulla transizione dai combustibili fossili all’energia rinnovabile, meglio sarà anche per la più grande struttura corallina del pianeta», sostiene David Wachenfeld, del Parco marino della Grande barriera. Lo studio pubblicato su Nature sottolinea che proteggere il reef dall’«overfishing» (la pesca superintensiva) non è sufficiente quando si verificano importanti aumenti della temperatura dell’acqua. «Il riscaldamento globale è la minaccia numero uno», conclude Wachenfeld. Gli oceani, infatti, assorbono circa il 93% dell’aumento delle temperature terrestri.
Il calore è un nemico subdolo per il corallo, animale microscopico e con una struttura corporea molto semplice, che vive sui fondali dei mari. I reef sono costituiti da grandi colonie di «coralli costruttori» che producendo carbonato di calcio formano il tipico scheletro calcareo: in alcuni casi, come appunto in Australia, riescono a creare «muri» lunghi centinaia di chilometri, attorno ai quali vive e si riproduce un ricchissimo ecosistema di pesci, crostacei e molluschi.
All’interno dei coralli vive poi un’alga monocellulare – la zooxantella – che attraverso la fotosintesi «nutre» l’animale e gli dà colore. Il surriscaldamento del mare, anche di appena due gradi, rende tossica la microalga provocandone l’automatica espulsione dal corpo del corallo, che così sbianca. Se non si ristabiliscono le condizioni per il ritorno della zooxantella – ad esempio con un raffrescamento dell’acqua – il corallo lentamente muore.
Solo la parte meridionale della Grande barriera sembra (per ora) resistere. Nelle prossime settimane gli scienziati della National Coral Bleaching Taskforce, che riunisce dieci istituti di ricerca australiani, scandaglieranno sott’acqua e dal cielo l’intera area centrale, in attesa che arrivino i primi freddi dell’inverno australe. «Speriamo che le temperature dell’oceano si stabilizzino presto in modo da non replicare il disastro dello scorso anno», concludono.