la Repubblica, 11 aprile 2017
«Il fondatore vittima delle sue stesse norme Non ha l’ultima parola». Intervista a Valerio Onida
ROMA «Questa è la democrazia, bellezza…». L’ex presidente della Consulta Valerio Onida ruba la battuta ad Humphrey Bogart e chiosa così la decisione del tribunale sul conflitto Grillo-Cassimatis.
È possibile che il capo di M5S non possa cancellare una candidatura?
«La decisione del tribunale, in realtà, è tutta motivata con espresso e puntuale riferimento alle norme interne di M5S, in particolare del loro Regolamento. Lì è scritto che le decisioni dei gruppi di iscritti per le candidature locali non possono essere come tali annullate dal capo politico, ma questi può solo sottoporle a convalida dell’assemblea nazionale mediante votazione in rete».
E invece Grillo ha cambiato candidato. Non poteva farlo?
«Grillo ha sottoposto all’assemblea nazionale un diverso quesito, se cioè si dovesse approvare la candidatura di un’altra lista, quella di Pirondini, ovvero non presentare nessun candidato».
Com’è possibile che il capo di un partito resti “prigioniero” di regole cartacee e non possa candidare chi gli pare?
«Il tribunale ha già risposto con la sua ordinanza, laddove dice che “la cifra democratica del M5S è costituita dal fatto che le sue regole statutarie si preoccupano di raggiungere un punto di equilibrio tra il momento assemblear-movimentista…e l’istanza dirigista che viene riconosciuta e associata a figura di particolare carisma e peso politico per il Movimento, come Beppe Grillo”. Scrive ancora il tribunale che il ruolo di Grillo in M5S non si identifica nel ‘diritto di ultima parola’. Infatti il ruolo decisionale finale è rivestito dalle deliberazioni/ votazioni assunte dalle assemblee telematiche (…), deliberazioni ‘vincolanti per il capo politico del M5S e gli eletti’ sullo specifico oggetto delle candidature da sottoporre all’elettorato”».
Quindi Grillo si è auto imprigionato?
«M5S nasce proprio sull’assunto della prevalenza della democrazia diretta e non del capo o della dirigenza del “non partito”, visto che non vogliono essere identificati con un partito. Tant’è che anche lo Statuto viene chiamato “Non statuto”. Peraltro il regolamento di cui stiamo parlando è molto dettagliato e preciso proprio sulla scelta dei candidati. Non funziona come nei partiti tradizionali, in cui la segreteria nazionale ha un peso decisivo nella scelta delle candidature alle elezioni».
Insomma Grillo è vittima di se stesso e del suo Non statuto…
«Le regole sono queste, e lo stesso Grillo vi si richiama».
La scelta del giudice inappuntabile?
«Il tribunale ha risolto solo alcuni problemi specifici, rilevando che c’era stata una violazione delle regole».
M5S è contro una legge che, attuando l’articolo 49 della Costituzione sui partiti, ne regoli la vita interna. Ma dopo questo conflitto è necessaria?
«Direi senz’altro di sì, perché lasciare le regole interne delle forze politiche e la loro osservanza alle norme del codice civile sulle associazioni e sulle società, aprendo la strada a interventi dei giudici basate su queste, può comportare anche un eccesso di “giurisdizionalizzazione” della vita interna dei partiti, nel senso che alla fine possono essere chiamati i giudici a dirimere conflitti nati da motivi politici».
Sono in molti, e da tempo, a sollecitare la legge. Ma perché i partiti, anche uno diverso come M5S, dovrebbero seguire le stesse regole?
«Non si tratta certo di imbrigliare la vita interna dei partiti in un schema legale dettagliato e fisso, ma di garantire il rispetto dei principi fondamentali di democrazia interna in associazioni che esercitano un grande peso nell’assetto istituzionale del Paese. Poi, ovviamente, ogni partito resterebbe libero di autoregolamentarsi all’interno della cornice della legge».