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 2017  aprile 11 Martedì calendario

Elogio del nero l’ambiguità di un non-colore. Intervista a Alain Badiou

PARIGI Può esprimere tutto e il contrario di tutto, è l’ambiguità fatta colore, nasconde il lato selvaggio dell’essere umano, ma anche l’ordine, l’autorità. Nel saggio “Lo splendore del nero”, pubblicato da Ponte alle Grazie, Alain Badiou tesse un elogio del non colore che li riassume tutti, dell’alternanza tra buio e luce, del chiaroscuoro e dei contrasti in un mondo che predilige i colori, le sfumature, i compromessi. A lungo le società hanno convissuto con l’oscurità, le persone erano abituate a muoversi nel buio, le giornate finivano al tramonto. «L’avvento dell’illuminazione pubblica nelle strade è stato un progresso contro la barbarie», ricorda Badiou. L’esperienza del buio totale è oggi sempre più rara, nelle grandi città circolano addirittura petizioni per difendere la notte e fermare l’inquinamento luminoso. La rivoluzione dei Lumi, non solo in filosofia, rischia però di far smarrire una parte essenziale dell’umanità. L’intellettuale già maoista, 80 anni, intravede una deriva culturale e sociale nel rifiuto del nero che in francese è una parola a doppio significato: noir significa anche buio. «Le Lumières concentrano l’ambivalenza del pensiero francese, sempre in bilico tra razionalità e irrazionalità».
Perché ha avuto voglia di scrivere un saggio sul nero?
«È stato l’editore a propormi il tema dopo aver letto le mie riflessioni sul pittore Pierre Soulages, considerato come un maestro del nero. Ho accettato d’istinto senza sapere neanche esattamente perché, forse per dedicarmi a qualcosa di diverso. Lavorare su libri di filosofia può rivelarsi arido, è la traduzione di pensieri già concettualizzati. In questo caso si tratta di un percorso intellettuale per associazioni, tra letteratura, arte, politica, scienza. Mi sono accorto solo scrivendo che avevo molte cose da dire. È un libro che mi ha dato gran piacere, mi si sono accesi tanti ricordi».
A cominciare dal nascondino al buio che organizzava da piccolo con i suoi amici?
«Lo chiamavamo “Suona mezzanotte”, era una sorta di gioco erotico anche se non ne avevamo ancora la consapevolezza. Nell’oscurità tutto diventava possibile. Una volta riaccesa la luce, dovevamo far finta di niente. È tipico del rapporto ambiguo che hanno i bambini con il buio: terrorizza ma è anche eccitante. Qualcosa che rimane anche quando si è adulti. Il buio rappresenta il lato nascosto, clandestino dell’attività umana, il confine tra privato e pubblico, tra segreto e trasparenza».
L’alternanza tra bianco e nero governa il mondo?
«Filosoficamente, bianco e nero sono da sempre un’organizzazione simbolica della contraddizione e, proprio perché sono all’opposto, si possono talvolta invertire. In Cina, ad esempio, il colore del lutto è il bianco. Il nero è un non colore, ovvero consiste nella sua cancellazione, come accade con il bianco. Il nero lo fa per negazione, il bianco per accumulazione. La dialettica è contenuta in questi due estremi».
Una dialettica che segna anche la scrittura?
«Quando ero bambino, gli alunni imparavano a scrivere solo con inchiostro nero su fogli bianchi, mentre il maestro usava il gesso bianco sulla lavagna scura. Con il passaggio alla lavagna di plastica bianca e al pennarello nero è scomparsa quest’inversione, una gerarchia. Il pennarello nero esprime una scrittura pulita, quasi clinica, rispetto al gesso che ha un aspetto sporco, primitivo».
Cos’è cambiato invece con il passaggio al colore nel cinema, nella fotografia?
«L’immagine in bianco e nero è più costruita, c’è un maggiore controllo del risultato finale, con una purezza dell’opera. Paradossalmente il colore contamina la creazione, distrae lo spettatore. Il colore è più difficile da controllare, ci possono essere effetti interessanti, ma gran parte dell’estetica sfugge all’autore».
Dipingere, invece, è un’altra cosa?
«La pittura è il tentativo di controllare il colore. Pierre Soulages, ad esempio, ha cominciato prima con l’opposizione tra nero e blu, fino a conservare solo il nero per trovare la luce all’interno del suo contrario. I quadri di Soulages sono formati grandi in cui il nero assume luminosità diverse a seconda di come ci si muove. Sconfiniamo ancora nella dialettica, nella ricerca filosofica».
Il nero è spesso opposto al rosso.
«Entrambi hanno una simbologia politica che risale alla notte dei tempi, presente già negli abiti della Chiesa. Più avanti, è il nero degli anarchici ma anche dei fascisti. La bandiera rossa, poi quella nera dell’estrema destra. Oggi abbiamo visto che i combattenti del Califfato hanno un drappo scuro come quello dei pirati di una volta, il punto in comune è una violenza politica, l’essere fuori legge. È quel che mi affascina nel nero: la sua profonda ambiguità».
Con la fine delle ideologie si ragiona in sfumature e non per contrasti?
«È un meccanismo che Marx aveva perfettamente descritto. Il passaggio al colore segna l’avvento del capitalismo, l’illusione della moltiplicazione delle opportunità, la rincorsa a suscitare desideri, annullare qualsiasi gerarchia, l’opposizione tra bene e male, giorno e notte. Nella società dei consumi un prodotto non può essere bianco o nero, deve esplorare l’intera gamma dei colori per provocare sempre nuovi bisogni. È un elemento essenziale del capitalismo che si ripercuote in tutta la nostra esistenza. Si prefersicono le sfumature, i compromessi ai toni decisi, allo scontro. Vediamo persino il tentativo di cancellare la differenza uomo e donna con la teoria del genere. Il risultato è intellettualmente rilevante. Chi riconosce la contrapposizione tra bianco o nero è animato da convinzioni. Chi la rifiuta, muovendosi nella cosiddetta libertà dei colori, esprime solo opinioni».