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 2017  aprile 11 Martedì calendario

Speranza e Rossi: i due scissionisti stipendiati dal Pd

Se c’era una cosa che un partito una volta conosceva a memoria, era il numero degli iscritti. E quel numero era ovviamente un fiore all’occhiello per il principale partito della sinistra italiana, che oggi si chiama ancora Pd. Naturale: per iscriversi bisogna pagare 15 euro, e farlo nell’era in cui il segretario lo scegli con le primarie ai gazebo, sborsando appena 2 euro, diventa un atto di amore, quasi eroico: con quella tessera non conti un fico secco, e se ne sono accorti gli elettori attuali dei circoli che di fatto non hanno deciso nulla, visto che i candidati erano tre e le regole dicono che il voto dei circoli serve a scremare i primi tre candidati alla segreteria. Un atto di amore, non corrisposto evidentemente. Perché se c’è una barzelletta dentro il Pd è proprio il numero degli iscritti. Nessuno lo sa, ne spunta uno nuovo ad ogni occasione. Al termine delle primarie dei circoli si è saputo che al voto hanno partecipato 266.370 votanti, e che questi erano il 59,15% degli iscritti. Calcolatrice alla mano, significa che gli iscritti al Pd erano 450.329. 
Un dato miracoloso, perché il primo marzo un comunicato ufficiale del Pd ha informato che gli iscritti erano 405.041: sta lì in bella mostra sul sito internet del partito. Come funghi, pur sapendo di non contare nulla, in 30 giorni sono spuntati 45.288 nuovi iscritti. Risultato da lasciare a bocca aperta, perché pure con questa corsa pazzesca a mettere nell’urna dei circoli il nome di Matteo Renzi, Andrea Orlando o Michele Emiliano, a quelle primarie non si sono presentati ben 183.959 iscritti. Un esercito, che ha buttato via i suoi 15 euro di iscrizione così, senza nemmeno scegliere di votare per il proprio segretario. 
15 EURO BUTTATI 
È vero, molti italiani ormai disertano le urne da qualche anno. Però la tessera elettorale per loro è gratis, non costa 15 euro. E in ogni caso a disertare le urne nelle occasioni che contano sono sempre stati assai meno di quelli che hanno schifato le “trionfali” primarie del Pd. I numeri sono lo specchio di cosa è diventato l’ultimo partito italiano che abbia resistito in questi anni: una barzelletta. C’è da ridere per altro a sapere del piccolo esercito 1.491 iscritti che ai circoli si è recato a votare, ma ha sbagliato a scrivere il nome sulla scheda, e si è visto annullare il voto. Ah, a proposito di scherzi sui numeri: il primo marzo scorso annunciando il numero degli iscritti (quelli poi cresciuti a dismisura nei 30 giorni successivi), il Pd per fare vedere che c’era un boom di tessere, ha sottolineato il confronto con gli iscritti 2015: 395.574. Peccato che quel numero fosse stato fornito un anno prima ed era diverso: 385.320. Con un anno di ritardo si sono scoperti 10 mila vecchi iscritti in più. Nello stesso comunicato 2017 si indicavano anche gli iscritti del 2014: 378.669. Solo che nel 2016 lo stesso comunicato diceva che gli iscritti 2014 erano 378.187. A tre anni di distanza se ne sono trovati 482 in più: dove si erano nascosti? 
La risposta verrebbe semplice: a Copertino e dintorni. Lì c’è un circolo del Pd che qualche settimana fa ha votato per il segretario: 100 voti per Renzi, 87 per Emiliano e 63 per Orlando. Un circolo miracoloso, perché su 256 iscritti avrebbero votato in 250. Letta la notizia una iscritta Anna Inguscio ha svelato di non avere votato. Poi è saltata fuori una Danina Cairo: «Anche io non ho votato». E ancora Chiara Leo: «Nemmeno sapevo che fosse fissata la votazione». Luisella Albano pure, e dopo un paio di ore erano un centinaio gli iscritti ad avere confessato che non avevano mai votato. Così si è scoperto che nessuno aveva votato. Quel risultato l’aveva deciso il leaderino locale, dividendo fra i candidati i rapporti di forza delle varie correnti, e a quel punto si è dovuto annullare il risultato delle primarie dei circoli fantasma. 
Non è che siano qualcosa di troppo diverso dai fantasmi mille altri circoli del Pd. Ogni volta che in questo mese sono entrate le telecamere di tv e siti internet nel momento clou della assemblea che precedeva il voto, trovavano meno persone che nel bar sport di fianco: ai circoli non ci va più nessuno, e chissà che non facciano ridere assai anche i numeri divulgati sulle recenti primarie. Certo fanno sorridere queste piccole sedi di partito che un tempo ne erano il distintivo principale. Prendete quella che ha fatto la storia a Roma, in via dei Giubbonari. Per 70 anni ha resistito a ogni cambio di casacca e di sigla che ha fatto la storia di quel partito: era la sede storica del Pci, poi del Pds, dei Ds e infine del Pd. Ha resistito per anni anche ai (timidi) tentativi di sfratto del padrone di casa, il Comune di Roma. Il partito era moroso da una vita, perché è sempre stato in prima linea quando c’era da mettere le mani in tasca agli italiani, ma quando si trattava di tasche loro, tutti scoprivano la rivolta fiscale. Alla fine li hanno spediti fuori a calci nel 2016. Mica sono stati sfiorati dall’idea di saldare il debito. Macchè, la segretaria del circolo sfrattato, Giulia Urso, è andata cercare una nuova sede lì vicino dove portare i pochi iscritti restati. L’ha trovata. Poi è tornata indietro di corsa, perché si è ricordata che in via dei Giubbonari c’era di fianco alla porta l’antica targa con 70 anni di vita e di cambio nome: un pezzo di storia. È tornata indietro, e non l’ha trovata più: qualcuno se l’era fregata. Ha fatto denuncia ai carabinieri e si è scoperto che a portarla via era stato uno dei tre marmisti contattati per decidere sul da farsi. Tre marmisti? Certo, nel suo piccolo il circolo era lo specchio del Pd: tre correnti, tre idee diverse su come utilizzare quella targa, tre marmisti diversi di fiducia contattati per staccarla perché nessuno si fidava dell’altro. Il marmista non c’entrava nulla: ha equivocato sull’ordine di portarla via, e l’ha fatto in buona coscienza. La denuncia è stata ritirata. E la targa? Un giallo, chiarito qualche giorno dopo dalla segretaria del circolo, la Urso: «Sta al sicuro in una cassaforte di una banca, in attesa delle nostre decisioni». Che al momento non risultano prese: stanno litigando da settimane pure su quella targa storica. 
CHI VINCE È PERDUTO 
Non c’è partito che sappia litigare meglio del Pd. È un vizio antico, certo. Ma a sinistra ha una caratteristica particolare: si litiga sempre quando le cose vanno al meglio. Conquistano il governo per la prima volta? Allora subito si prendono a sberle, cominciano a minacciarsi, ad abbandonare gruppi parlamentari, e si finisce sempre con una bella scissione, e la caduta del governo conquistato dopo una vita. Ne sa qualcosa il povero Romano Prodi: lui poverino due volte ha corso alle elezioni e due volte ha vinto. Ma non faceva in tempo a salire su che subito mani amiche lo tiravano giù. Ha fatto la stesa fine il povero Enrico Letta, che appena si stava abituando a comandare un po’ che le mani amiche di Renzi gli sfilavano la poltrona. Chi la fa poi sa che se la deve aspettare, e a quel destino non si è sottratto nemmeno il giovane Matteo: avrà fatto un errore dietro l’altro, e oggi un po’ tardo di comprendonio sta ripetendoli da copione, ma è un fatto che la sua fine sia arrivata nell’istante esatto del suo grande successo, con quel 40% conquistato alle elezioni europee. Nel Pd l’odio verso chi ce la fa nella vita è la vera radice che tiene tutti insieme: vale fuori, ma non risparmia nessuno anche all’interno. Così sgambetto a Renzi e una bella scissione che così non c’è più rischio che qualcuno possa fare fortuna col Pd. 
Anche questa ultima scissioncina, che ha riportato in auge (sui giornali, fra gli elettori non c’è alcun rischio) maestri dello sgambetto al vicino come Massimo D’Alema, ha i suoi aspetti comici. Fra i leader della rivolta che ha portato alla separazione ci sono Enrico Rossi e Roberto Speranza. Che facevano nella vita prima di essere eletti (uno in Toscana, l’altro in Parlamento)? I funzionari di partito. Entrambi dipendenti del Pd in aspettativa per il proprio mandato. Hanno sbattuto la porta in faccia a quel partito, e dopo mesi di minacce ne hanno fondato un altro (Mdp-Articolo 1). Pensate che prima di compiere il gran passo i due abbiano mandato al Pd una ovvia lettera di dimissioni anche da dipendenti? Vi sbagliate di grosso. Quando qualcuno l’ha fatto notare a Rossi, si è pure offeso e ha mandato l’impertinente a quel paese: «Mi dimetterò, mi dimetterò!». La lettera non risulta pervenuta, ma è possibile che le poste italiane abbiano i loro bei tempi. Speranza invece ha ignorato la domanda, e chissà se quando finirà la legislatura sarà ancora leader di un nuovo partito, ma dipendente di un altro partito. Più o meno lo stesso è accaduto con gli staff parlamentari degli scissionisti: hanno seguito i loro leader nella nuova avventura, ma i loro stipendi vengono ancora pagati dai gruppi parlamentari del Pd, dove risultano ancora in forza: è più sicuro. 
Quella scissione ha creato anche un piccolo psicodramma nell’aula di Montecitorio. Mica potevano restare tutti seduti nei loro banchi originari, fianco a fianco con chi era diventato il loro principale nemico. Giusto, così si è discusso a lungo e poi si è deciso di spostare Pier Luigi Bersani, Speranza & C alla estrema sinistra dell’aula, a fianco di chi era stato eletto grazie a Nichi Vendola. Lo spostamento ha costretto però chi era restato nel Pd a rimescolare i propri posti di lavoro. Un dramma. Perché non avevi fatto in tempo a chiudere il litigio di una vita con la scissione, che all’interno del Pd si era già tutti ricominciato a bisticciare: orlandiani contro renziani, fan di Emiliano contro tutti. Laura Boldrini non ha capito, e ha fatto una nuova frittata. Nel rimescolamento delle poltrone il portavoce di Renzi, Michele Anzaldi, è finito alle spalle di Dario Ginefra, luogotenente di Emiliano. Così ha confessato agli amici Anzaldi «non posso fare mentre sono in aula manco una telefonata politica in santa pace, perché la ascolta subito Ginefra...». Stesso dramma per il coordinatore di Orlando, Daniele Marantelli: è alle spalle di Alessia Morani, pasdaran di Renzi. 
La fortuna dell’ex segretario del Pd è quella di non sedere in Parlamento fra i fratelli coltelli. Ma non è che stando fuori gli va meglio, perché con questo Pd lo sgambetto è sempre dietro l’angolo. Un bravo collega di Repubblica, Tommaso Ciriaco, ha svelato uno dei misteri di questi mesi. Il cambio del numero di telefonino di Renzi, mantenuto per tutti questi anni di governo. C’era chi pensava alle intercettazioni telefoniche, a quei fratelli romani arrestati che si infilavano a tradimento nelle comunicazioni dei potenti. Macchè: tutta colpa di uno sgambetto interno al partito, combinato da Andrea Manciulli con spensieratezza. Aveva inserito Renzi in un gruppo whatsapp a cui mandare gli auguri per le festività natalizie. Bel pensiero, solo che così ha reso pubblico a tutti e 250 i partecipanti alla chat (parlamentari, giornalisti, funzionari e semplici militanti toscani) il numero privato dell’ex premier. Che, furioso per lo sgambetto inconsapevole, ha dovuto cambiarlo ricostruendo faticosamente l’agenda proprio nel momento in cui gli sarebbe servita di più. 
È il Pd, signori. Un partito tragicomico, probabilmente nato fin dal primo giorno per dividersi. Unì la tradizione ex comunista che veniva dai Democratici di sinistra a quel che restava della componente democristiana confluita nella Margherita di Francesco Rutelli. Ovvio che fra i 45 fondatori del 23 maggio 2007 ci fosse uno dei due grandi azionisti, che era appunto Rutelli. Sintomatico che due anni dopo quello stesso padre fondatore decidesse di uscirne fondando un nuovo partitino, Alleanza per l’Italia (Api) che peraltro non ebbe grande successo come qualsiasi frutto di scissioni nella lunga storia della sinistra italiana. 
FUSIONE FALLITA 
Non era difficile capire che quella coabitazione sarebbe stata tormentata. Perché le due anime si sono sempre guardate in cagnesco. Fusione fredda si disse. In realtà la fusione non è mai avvenuta. È stato plasticamente evidente nel 2015, quando si è trattato di eleggere un nuovo presidente della Repubblica, dopo le dimissioni di Napolitano. Passavi in quelle sere dalle parti dei palazzi della politica, e trovavi i ristoranti di un tempo chiusi a proteggere la privacy degli augusti ospiti. Ex comunisti nei ristoranti rossi di un tempo, ed ex democristiani in quelli biancofiore di sempre. In uno di questi c’era Giuseppe Fioroni con Lorenzo Guerini e tanti altri nati con lo scudocrociato. Fu lì fra un piatto e l’altro che saltò fuori la candidatura di Sergio Mattarella, subito sposata da Renzi che a quel mondo apparteneva. 
«Sì, siamo il Pd», sospirava sorridendo seduta nel cortile di Montecitorio alla vigilia di queste ultime primarie Daniela Gasparini, nata e cresciuta fra gli ex comunisti, per quasi tre lustri sindaco rosso di Cinisello Balsamo, portata in Parlamento da Pier Luigi Bersani ma restata dentro il partito, «siamo il Pd. Però ogni volta che sento parlare uno dei nostri che veniva dall’altra parte, è più forte di me, e dico: ma lo senti quel democristiano?». 
Ecco, forse è proprio lì il problema...