Corriere della Sera, 11 aprile 2017
L’italiana di Rapa Nui
C’è una croce bianca senza nome, nel cimitero dell’Isola di Pasqua affacciato sulla immensità del Pacifico. Sono tante, le croci bianche. Sparpagliate intorno a statue Moai, testuggini di pietra, tombe stravaganti come quella di un rocker onorato dalla famiglia con un busto da corsaro e una chitarra con inciso: «Rock Berto». Una di quelle croci però è speciale. C’era scritto, un tempo, il nome Raffaele Nicola Cardinali. Protagonista di una piccola grande storia dell’emigrazione italiana.
Era di Viareggio, girava il mondo guadagnandosi la vita come marinaio, era partito per Rapa Nui (la grande roccia, in lingua locale) dal porto di Valparaiso e il 15 giugno 1896, se son buone le cronache dell’epoca de «El Mercurio» e «La Union» riprese dai viareggini Claudio Lonigro e Alfredo Dal Pino, naufragò con la nave «Apolline Emilie» davanti all’isola. Una burrasca, pare. Morirono in tanti. Lui nuotò e nuotò tra i flutti finché riuscì a raggiungere la costa per accasciarsi mezzo morto sulla spiaggia. Racconta la leggenda che fu raccolto da una donna del posto, curato e sfamato con tanta gentilezza che quando i pochi sopravvissuti salparono per tornare a Valparaiso, il nostro Raffaele (o Raffaello?) decise di restare lì, su quell’isola fuori dal mondo. A oltre 3.500 chilometri dalla costa cilena e 2.000 da Tahiti.
L’amore, probabilmente. In una vecchia foto di gruppo scattata nella tenuta della società inglese Williamson-Balfour, davanti a un carro di buoi, ha la camicia bianca, un fazzoletto, un paio di braghe scure. Accanto, con un cappello bianco, quella che con ogni probabilità era la sua compagna con in braccio la figlioletta Maria Angela. Il nostro Viviano Domenici, tanti anni fa, riuscì a parlare con quella bimba ormai vecchia, semicieca e smarrita in ricordi confusi. Ne ha scritto in un libro bello, «Altri naufragi. Storie d’amore e d’avventura», raccogliendo una testimonianza da prendere con le pinze: «La nave è laggiù, in mezzo al mare in tempesta, e affonda. Molti muoiono… Raffaele nuota fino alla scogliera di Rapa Nui, non ha più forze, è ferito, ma si salva… Poi vede una donna bella che raccoglie legna su un prato, la rincorre, l’afferra, la lega come una pecora e la prende… Così sono nata io, la figlia di Raffaele Cardinali, l’italiano».
Difficile da credere, soprattutto a confronto di altre parole: «Era buono mio papà e tutti gli volevano bene. Chiedeva sempre a mia mamma di sposarlo, ma lei era già sposata con Pakomio. Ecco perché molti mi chiamano Carmela Pakomio, anche se il mio vero nome è Maria Angela Carmen Cardinali. Spesso mio padre veniva a casa per parlarmi in italiano, per insegnarmi a leggere e scrivere. Diceva sempre che voleva portare me e mia madre in Italia, ma poi… Non so…»
Vero? Falso? La nipote Carmen, una signora dolce e colta che ha tre figli e fa la professoressa ad Hanga Roa, il minuscolo capoluogo dell’isola, racconta una storia diversa. E spiega che il marinaio viareggino e la sua bella pascuense avrebbero sì voluto sposarsi ma fu la madre di lei a opporsi, al punto di registrare la nipote con un nome diverso: «Fu solo quando andò a scuola che mia nonna scoprì che si chiamava Maria Angela Cardinali».
Certo è che quel cognome è rimasto nella storia di Pasqua. Al punto che un Samuel Cardinali è stato sindaco dell’isola a cavallo degli anni Settanta e Ottanta. E che Carmen Cardinali Paoa è stata scelta sette anni fa come «Gobernadora» dell’isola in un momento delicatissimo. Dopo l’occupazione di edifici e terreni da parte di manifestanti decisissimi a ottenere la restituzione agli abitanti autoctoni, polinesiani, dei beni oggi posseduti dallo Stato. Dando vita a un processo sfociato l’anno scorso nella costituzione dell’«Honui», un movimento che ha messo insieme 36 «clan» della popolazione originaria e ha strappato a Michelle Bachelet, la presidente del Cile, le prime concessioni.
Voglia di indipendenza? «Ma per carità, sono certi cileni a spacciare queste teorie come nostre. Per sollevare le reazioni dei nazionalisti. Vogliamo solo più autonomia. Amministrare noi le nostre terre, proteggere noi (sicuramente meglio di oggi) il nostro ambiente, gestire noi le nostre ricchezze archeologiche. E il turismo. Che non può essere di massa. Non lo vogliamo, il turismo di massa. E dopo quanto è successo in passato crediamo di aver diritto a dire la nostra».
È stata durissima, per secoli, la vita dei rapanui. Trattati come schiavi dalle grandi compagnie straniere come quando l’armatore Merlet e la Compañia Explotadora, racconta Domenici, «avevano trasformato tutta l’isola in un grande allevamento di pecore riunendo tutti gli abitanti ad Hanga Roa; quindi avevano recintato l’abitato con una rete con tanto di cancello che ogni sera veniva chiuso per evitare che nottetempo gli indigeni affamati rubassero qualche pecora. Insomma, le pecore libere e gli uomini in gabbia».
Rastrellati, imbarcati, deportati in Perù. Decimati dagli stenti e dalle malattie portate dai marinai stranieri fino a essere ridotti a 111 persone. Umiliati in un isolamento totale («c’era solo una nave al mese», racconta Carmen) fino al 1966, quando infine arrivò l’elettricità. Privati del diritto di voto fino al 1964. Relegati a «sfondo pittoresco», con le «bailarinas» in piumaggi tradizionali impegnate in danze travolgenti. Usati come manovalanza nella guardiania alle impotenti statue Moai e ai meravigliosi siti archeologici ma tagliati fuori (pare che ora cambi: vedremo) dalla gestione dei parchi.
Hanno tirato su le teste, a tanti Moai che i terremoti avevano abbattuto. E con loro è come se rialzassero la testa i pascuensi. Lasciata la carica di Gobernadora, la nipote di quel marinaio toscano che scelse di vivere e morire lì, su quell’isola vulcanica che rappresenta come nessuna altra l’idea della «isolitudine» di Gesualdo Bufalino, continua la sua battaglia: «Prenda i cavalli. Ne abbiamo a centinaia. Bellissimi. Liberi. Vivono su terre nostre. Ma oggi appartenenti allo Stato». Fiera della sua metà polinesiana, Carmen dice però di sentirsi, lontana lontana laggiù, «italiana in tutto». Fin dai tempi dei racconti di nonna sull’«uomo venuto dal mare». Della scuola. Dell’innamoramento per «Com’è triste Venezia»…