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 2017  aprile 11 Martedì calendario

La corona ceca libera di... apprezzarsi

Ci sono Paesi che condividono la moneta (come i 19 che hanno l’euro). E Paesi che, pur conservando una propria valuta e un’autonomia monetaria con tanto di banca centrale, negli ultimi anni si sono comunque agganciati all’euro fissando un ombrello (o un peg come lo chiamano gli economisti) oltre il quale la propria valuta non può muoversi. Tra questi la recente cronistoria monetaria ne conta la Svizzera, la Repubblica Ceca e la Danimarca.
Se l’euro è un sistema a cambio rigido, il peg è un sistema semi-rigido, un po’ come era lo Sme, il serpentone monetario europeo crollato nel 1992. Uscire dall’euro è una procedura finora inesplorata e in ogni caso complessa (non prevista dai trattati) mentre interrompere un peg è un battito d’ali.
Tanto che da poche ore (esattamente dalla mattina del 6 aprile) la Repubblica Ceca ha deciso di sganciare il vincolo tra corona ceca ed euro. La corona è così tornata a fluttuare liberamente sul mercato, affidandosi alla legge della domanda e dell’offerta, senza l’interferenza della banca centrale che negli ultimi tre anni si è impegnata a forzare e mantenere il cambio nell’orbita di 1 euro per 27 corone. La reazione non si è fatta attendere. A poche minuti dall’annuncio la corona si è immediatamente apprezzata, sfruttando anche l’onda lunga delle elevate (50 miliardi in controvalore) posizioni rialziste precedentemente aperte. Il cambio si è riposizionato rapidamente intorno a 26,6. Anche ieri sono proseguiti gli acquisti (fino a quota 26,5) e secondo un sondaggio condotto da Bloomberg entro fine anno il cross potrebbe attestarsi intorno a 26,1, che equivarrebbe a un apprezzamento della moneta ceca annuo superiore al 3 per cento.
La storia ha inizio nel 2015 quando la Banca centrale ceca decise di introdurre un peg con l’euro per evitare che un eccessivo rialzo della propria moneta inasprisse la deflazione. La Bce, come qualche anno prima la Fed, azionò nel 2015 il quantitative easing per tenere basso l’euro. La Banca di Praga rispose al “Qe” creando un’àncora artificiale.
Mantenere un cap su un cambio però comporta dei costi. In quattro anni l’istituto centrale ha acquistato 47,8 miliardi di euro per mantenere il cambio euro/koruna a 27.
Come si può spiegare la mossa di Praga di liberare la corona da vincoli? Il punto chiave è l’inflazione. Nell’estate del 2014 la Repubblica Ceca combatteva la spirale della deflazione, con cui l’economia ha dovuto convivere fino a metà 2016. Per questo motivo la Banca centrale corse ai ripari ponendo un argine alle possibilità di apprezzamento della corona, che avrebbe rinfocolato la spirale deflattiva. Ora invece Praga pare uscita dalle sabbie mobili. La deflazione non è più una minaccia (a febbraio l’inflazione si è attestata al 2,6%). E la disoccupazione viaggia al 5,1%. Numeri che potrebbero spingere presto la stessa banca centrale ad alzare i tassi dall’attuale minimo di 0,05%.
Praga non è però first mover. A gennaio 2015 fu la Banca di Zurigo a porre fine alla politica di difesa del tasso di cambio di 1,20 franchi per euro che manteneva da tre anni. In quel caso la reazione fu ancora più violenta con il franco che si apprezzò del 41% in una seduta (per poi ridimensionarsi a un +17% nei giorni seguenti). Non c’è due senza tre. Pare ora che anche la Danimarca stia pensando di fare altrettanto.
C.@vitolops