il Fatto Quotidiano, 12 aprile 2017
Mélenchon populista rosso schianta Hamon
Nella pazza campagna presidenziale francese è arrivato il momento di Jean-Luc Mélenchon. Con François Fillon, il Républicain, impelagato nel Penelopegate e Benoît Hamon, il socialista, abbandonato dai suoi, il leader della France Insoumise si sta conquistando il ruolo di terzo uomo. Negli ultimi sondaggi il candidato degli “indomiti” raccoglierebbe il 18-19% al primo turno del 23 aprile, dietro Marine Le Pen e Emmanuel Macron (entrambi al 24-25%) ma davanti a Fillon (che resta al 17%).
Mélenchon, 65 anni, non è un volto nuovo della politica francese. Nel 2000-02 è stato ministro dell’Insegnamento nel governo del socialista Lionel Jospin. Nel 2008 ha lasciato il Ps per tracciare un cammino da solo e nel 2012 si è candidato all’Eliseo per l’estrema sinistra, raccogliendo un povero 11% e invitando a votare per François Hollande. Ma in 5 anni i suoi hanno raccolto solo delusioni. Le circostanze giocano a suo favore dal momento che i socialisti si stanno autoeliminando. Ma Mélenchon è stato abile a non cedere alle richieste di alleanza avanzate da Hamon.
Vincitore a sorpresa delle primarie della gauche, il candidato Ps, isolato e tradito dall’ala riformista del partito, stenta ora a raccogliere il 10% delle intenzioni di voto e ha già fatto sapere che voterà Mélenchon se quest’ultimo dovesse accedere al ballottaggio.
Qualcuno si chiede persino se non farebbe bene a ritirarsi. Quello che 5 anni fa si presentava come un rivoluzionario collerico ha cambiato strategia chiudendo nel cassetto la sciarpa rossa e lasciando il posto a un uomo dai toni pacati ma che sa dire le cose con franchezza. Mélenchon non usa mezzi termini. Per lui Assad è un “criminale” e Trump è una “minaccia per il mondo”. Ha puntato sui giovani e come Podemos in Spagna ha affidato la sua voce ai social network. Si è messo in scena in un videogioco online, Fiscal Kombat, dove i “nemici” sono chi froda le tasse e il giocatore, nei panni di un omino super-Mélenchon, avanza di livello scrollando i soldi di dosso agli avversari e sbarazzandosene con un calcio. Ha anche utilizzato per primo gli ologrammi. Martedì sarà “in carne e ossa” a Digione e allo stesso tempo in ologramma in altre 6 città. Nei dibattiti in tv ha dimostrato abilità oratorie.
Meglio di chiunque altro tiene testa a Marine Le Pen. Nelle piazze riunisce migliaia di persone. Domenica, in un meeting al porto di Marsiglia, è riuscito a far rispettare un minuto di silenzio a 70 mila persone per i migranti morti in mare. L’outsider che aveva cominciato la campagna volendo fare “piazza pulita” di tutti i candidati del sistema ora si proietta al ballottaggio. Di fatto tutti i sondaggi, pur in calo di credibilità, portano a uno scontro tra la frontista Le Pen e il progressista Macron. Molti critici ritengono che il fenomeno Mélenchon si “sgonfierà” alle urne e che i francesi all’ultimo decideranno di non votare per un programma costoso, che prevede un aumento della spesa pubblica di 100 miliardi, e assai radicale. Sull’Europa, come la Le Pen, Mélenchon vuole rinegoziare i trattati europei e uscire dalla Nato. Sul piano interno, vuole rivoluzionare le istituzioni riunendo un’Assemblea costituente che darà vita alla Sesta Repubblica. Se forse non diventerà presidente, si può immaginare che sarà invece al centro di una, forse ineluttabile, ricomposizione della sinistra, dopo il voto, e incarnare il volto della nuova gauche.