la Repubblica, 12 aprile 2017
Quell’audio aggiustato sul sindaco di Ischia
ROMA Non è la prima volta. Il capitano Giampaolo Scafarto è già incappato in una intercettazione che, alla prova dell’ascolto, è risultata diversa da come lui l’aveva riportata ai magistrati. Una parola che i periti nominati dal Tribunale hanno indicato come “incomprensibile” è diventata nelle informative “Giosy”, il soprannome dell’allora sindaco di Ischia Giuseppe Ferrandino. Inserita in una frase in cui si parla di «andare tutti in galera», fa la sua bella differenza.
L’inchiesta è quella sulla Cpl Concordia, la cooperativa modenese vincitrice degli appalti per la metanizzazione di Ischia e Procida, accusata di aver messo in piedi un sistema di corruzione. Tra i pm napoletani che nel 2015 chiesero, e ottennero, l’arresto di undici persone tra cui Ferrandino c’era Henry John Woodcock, lo stesso magistrato dell’indagine Consip. Allora come oggi, Woodcock aveva incaricato un reparto investigativo che per vocazione solitamente non si occupa di questi reati: il Nucleo operativo ecologico dei carabinieri.
A Napoli è tuttora in corso il processo. Il 24 gennaio scorso il capitano Scafarto, 43 anni, siede davanti ai giudici del Tribunale. È al Noe dal 2013 e quello è il giorno del controesame: in qualità di testimone investigatore dovrà rispondere alle domande dei legali dell’imputato Ferrandino, Alfonso Forgiuele e Roberto Guida. Scafarto si è portato in udienza il computer, su cui conserva tutti i brogliacci delle intercettazioni telefoniche e ambientali della sua indagine. Ci sono anche le famose conversazioni pubblicate dal Fatto tra il comandante della Finanza Michele Adinolfi e Matteo Renzi.
E dunque, dopo un paio di domande preliminari, Forgiuele incalza l’ufficiale su un argomento apparentemente innocuo. «Lei ha detto che in questa conversazione Massimo Ferrandino (fratello del sindaco, ndr) avrebbe affermato: “a detta di Giosy andiamo tutti quanti in galera”». Non è un’intercettazione qualsiasi. I pm vi hanno poggiato una parte robusta dell’accusa, e infatti si trova nelle informative dei carabinieri e nell’ordinanza di custodia. Scafarto controlla il suo computer, dice sì. Ed è la risposta che l’avvocato Forgiuele aspettava. «Io però ho la pagina 89 del verbale di trascrizione e non si fa nome di Giosy. Le parole sono: “a detta di (parola incomprensibile), andiamo tutti quanti in galera”. Perché lei una parola incomprensibile la riferisce come Giosy?». Interviene anche il presidente del Tribunale: «Lei l’ha sostituita con Giosy?». Il capitano balbetta. «Sì, dopo poi...più volte è scritto nella perizia...».
Ma nella perizia, che è la trascrizione integrale degli audio fatta da un soggetto terzo incaricato dai giudici e non dagli inquirenti, il nome “Giosy” non c’è. Nessuno l’ha mai pronunciato, secondo il perito. «Il mio computer contiene il testo nostro...», abbozza il capitano. Il “testo nostro”, cioè i brogliacci. Che in un’ aula di Tribunale non valgono.