la Repubblica, 12 aprile 2017
Siria, Putin scende in campo per Assad. «Attacco chimico falso, come in Iraq»
LUCCA «Il regno della famiglia Assad sulla Siria sta per terminare». È partito dall’Italia lanciando questa specie di anatema diplomatico e nel pomeriggio era già a Mosca: il segretario di Stato Americano Rex Tillerson è arrivato in Russia con il sostegno forte dei colleghi dei G7 e dei ministri degli Esteri del Golfo, convocati ieri in Italia per un summit tutto dedicato alla Siria (c’erano Giordania, Arabia Saudita, Emirati, Qatar e Turchia). Oggi l’americano incontra il suo collega russo Lavrov (forse anche Vladimir Putin) in una condizione tattica del tutto diversa rispetto a quella di pochi giorni fa. L’America è tornata in Medio Oriente: era stata del tutto emarginata dallo scenario di Siria, pensiamo soltanto al vertice di Astana organizzato da Russia, Turchia e Iran dopo la presa di Aleppo. Adesso, dopo i missili di Trump, gli Usa tornano a rappresentare non solo i paesi occidentali del G7 di fronte alla Russia, ma anche i paesi sunniti arabi che in Siria sono contro Assad soprattutto perché temono il suo grande alleato, l’Iran di Khamenei.
Ecco, il vero risultato del vertice del G7 di Lucca è questo: grazie all’errore dei militari russi, che secondo le accuse degli Stati Uniti, hanno permesso o addirittura aiutato gli aerei siriani a effettuare un bombardamento chimico, l’America ha ricordato alla Russia che anche lei ha strumenti militari e che la sua voce politica in Siria e in Medio Oriente deve tornare a contare. Un diplomatico italiano che ha seguito i negoziati avverte che in verità «non è chiaro ancora quale sarà la visione strategica Usa sulla Siria, ma se non altro adesso non parlano soltanto di Isis e guerra al terrorismo, hanno capito che bisogna negoziare sulla Siria, discutere di equilibri regionali e bisogna valutare gli interessi degli alleati».
Tillerson durante tutto il vertice ha avuto un comportamento discreto, pacifico, sereno; ma ripartendo da Lucca ha lanciato il suo ultimatum alla Russia: «Abbandonate Assad, sta arrivando la fine del regno della sua famiglia, non potete continuare a stare dalla parte di un capo che uccide il suo popolo, vi contaminerete con i suoi gas». Una dichiarazione-slogan che chiaramente non commuove per nulla Vladimir Putin, che lo respinge e replica con altra propaganda: «La storia del bombardamento chimico in Siria mi ricorda le false prove sulle armi di distruzione di massa di Saddam Hussein, la “prova” che portò all’invasione dell’Iraq nel 2003». Ma, appunto, di slogan si tratta, dall’una e dall’altra parte: Tillerson arriva a Mosca dopo aver gelato i bollenti spiriti del britannico Boris Johnson che chiedeva nuove sanzioni contro i militari russi. E soprattutto arriva in un paese che, come dice un diplomatico italiano, «può essere mobilitato soltanto lavorando sui suoi interessi, facendoli incrociare con quelli degli europei e degli Stati Uniti».
A Lucca è stato interessante comunque verificare che per la prima volta da mesi sia gli europei che i ministri sunniti sono tornati a ripetere che è necessario che Assad lasci il potere. Questo non implica che venga messo da parte il sistema di potere che governa l’area controllata dal dittatore. «Dobbiamo avere una nuova Costituzione e nuove elezioni in Siria», dice il ministro degli Esteri Angelino Alfano, «e per questo prima o poi i siriani decideranno quale dovrà essere la sorte di Bashar Assad».
Il vertice è stato il primo evento “multilaterale” a cui Tillerson ha partecipato, il primo summit con più paesi alleati nel quale gli Usa hanno dovuto verificare e negoziare le loro posizioni. Il Segretario di Stato ha chiesto a un certo punto ai suoi colleghi – e non come provocazione – «ma perché i contribuenti americani dovrebbero interessarsi alle sorti dell’Ucraina?». Il francese Ayrault si è fatto coraggio e gli ha risposto: «Perché è anche nel loro interesse che ci sia un’Europa stabile e sicura». La fase di apprendimento dell’Amministrazione Trump continua; oggi arriveranno notizie da Mosca.