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 2017  aprile 12 Mercoledì calendario

Sovversivo, scabroso Totò. Una morale da ridere

Si chiamava Annibale Scicluna Sorge. Mario Monicelli lo descrisse così: “Era lui la censura. Era un italiano di Malta; era fuggito da lì durante la guerra ed era venuto a portare al Duce l’adesione di Malta, con un tempismo da record! Aveva ottenuto così un posto al ministero e alla fine lo trovammo che dirigeva la censura”. Era l’Italia libera e democristiana e la burocrazia della censura aveva vari livelli: dalla direzione generale dello Spettacolo saliva fino alla Presidenza del Consiglio, passando per due ministeri, quello dell’Interno e quello, ovviamente, del Turismo e dello Spettacolo.
Il capo divisione Scicluna Sorge era implacabile. Soprattutto con Totò. Oggi che si compie mezzo secolo dalla morte, suona grottesco appaiare l’immenso principe de Curtis alla censura. Soprattutto richiamando la principale accusa rivolta per decenni a Totò. Di aver girato, cioè, un centinaio di film “commerciali”, di cui molti di “basso livello”. Invece. Invece l’inarrivabile vis comica del principe aveva una carica “sovversiva” per il comune senso del pudore del ventennio postbellico, dal 1947 al 1967, l’anno della sua morte. Ecco cosa scrisse Scicluna Sorge, dopo aver letto il copione di Totò cerca casa, diretto da Mario Monicelli e Steno, con la sceneggiatura di Age & Scarpelli: “Qualche battuta risulta un po’ volgare, qualche scena un po’ spinta (vedere studio pittore pag. 96), ma essendo il film – su tono rivisitaiolo – affidato alla estemporaneità di un comico, sembra che un’utile revisione potrà solo esercitarsi in sede di presentazione definitiva del film”.
La censura “morale” colpiva elementi di pornografia in nuce, diciamo pure così, ma molti film di Totò vennero ritoccati per le battute politiche, per “l’oltraggio alle forze di pubblica sicurezza” (indossare la divisa in Guardie e ladri con Aldo Fabrizi) e per tante altre scene ritenute “scabrose” per vari motivi, come ha ricostruito due lustri fa Alberto Anile nel suo Totò proibito (Lindau). Nel 1952, la commissione di censura diede un parere favorevole a Totò e le donne purché fossero tagliate queste scene: “a) Sia eliminata la battuta ‘È il ministro Scelba’ nell’episodio della cameriera; b) sia abbreviata la scena in cui la figlia di Totò, in soffitta, si alza dal letto e fa vedere le gambe; c) nella scena per l’elezione della Regina di Bellezza sia eliminata la seconda parte della scena nella quale le candidate si alzano le vesti per farsi vedere le gambe dalla giuria mentre questi gridano ‘più su… più su’; d) sia eliminata la battuta: ‘Con certi prosciutti…’ detta dall’operatore all’amica di Totò che girava la scena di un film”.
L’anticomunista Mario Scelba fu ministro dell’Interno e poi presidente del Consiglio. Democristiano. Con la sua gestione del Viminale, i poliziotti vennero chiamati “scelbotti”, per la decisa inclinazione all’uso del manganello. Ma il dc più occhiuto fu Giulio Andreotti, anche in nome e per conto del Vaticano. Il ruolo di Andreotti – già sottosegretario alla Presidenza del Consiglio con De Gasperi – nella censura cinematografica fu notevole e non risparmiò neanche Totò. Questo un suo biglietto a Nicola De Pirro, ex squadrista a capo della Direzione generale dello Spettacolo. Il film è 47 morto che parla: “Al film 47 morto che parla mi pare che vadano apportati due tagli per elementare offesa alle cose della Religione – ‘Questo non lacrima di Cristo (sic) ma è sangue mio’ – ‘Requiem aeternam…’ (Totò inginocchiato dinanzi alla tomba ripete due volte la preghiera ai defunti segnandosi la croce). La scena non perde assolutamente”.
In precedenza il solito Scicluna Sorge aveva scritto la più lunga censura per un film del principe, Totò e i re di Roma, dove il protagonista perde il posto di lavoro e decide di morire per poi dare alla moglie i numeri vincenti del Lotto: “E qui si pone al revisore l’interrogativo: sono lecite o no queste rappresentazioni astratte, cervellotiche, caricaturali, umoristiche, farsesche del mondo ultraterreno? È tollerabile da parte di una coscienza cristiana una tale descrizione, minuta, particolareggiata, ma ridicolizzante e anche bassamente polemica, includente persino il Padreterno?”. Il film più massacrato del grande attore fu Totò e Carolina, uscito nel 1955, che Monicelli girò da un soggetto di Ennio Flaiano. La storia di una ragazza incinta che il poliziotto Totò arresta durante una retata a Villa Borghese, a Roma, contro le “donne di vita”. Decisamente sconveniente la storia di un poliziotto che prende a cuore il destino di una futura ragazza madre: 82 tagli, 25 pagine del copione cancellate, 200 metri di pellicola bocciati. Un caso per tutto il cinema italiano. Zavattini organizzò persino una proiezione “illegale”.