il Fatto Quotidiano, 12 aprile 2017
Vogue a un immigrato nero Enninful: «Sono una donna»
È una scelta di rottura. E la parola chiave è diversità. Per la prima volta nella storia ultracentenaria di Vogue, la rivista di moda fondata nel 1916, il direttore sarà un nero. Si chiama Edward Enninful, 45 anni, uno dei fashion editor più famosi del mondo, che ha scalato l’empireo della moda partendo dal Ghana, dove è nato, per poi trasferirsi in Inghilterra con i genitori e i suoi cinque fratelli.
La seconda parte della notizia è che Enninful è un uomo. Il primo di genere maschile a dirigere l’edizione di Vogue Uk e il quarto uomo a rompere alla rovescia il soffitto di cristallo del mensile di moda. Delle 22 edizioni di Vogue pubblicate da Condè Nast nel mondo, tre hanno già un direttore uomo: Kullawit Laosuksri per Vogue Thailand, Kwang Ho Shin per la Corea e Emanuele Farneti per Vogue Italia. Ma la vera rottura sono Farneti e Enninful, perché segnano un trend: entrambi nominati quest’anno, entrambi sostituiscono mostri sacri della moda. Farneti al posto di Franca Sozzani, Enninful la dimissionaria Alexandra Shulman, a Vogue Uk per 25 anni. Va da sé che le edizioni inglese e italiana, insieme a quella americana, sono le tre più importanti. Resiste quindi un’unica regina, Anna Wintour, saldamente sul trono di Vogue Usa dal 1988.
E quindi qualcosa è cambiato. Il messaggio è da capire, perché sarebbe facile liquidare con la battuta delle quote azzurre, in risposta al lungo dibattito sulle quote rosa. La nomina di Enninful è il tentativo dei maschi di conquistare un territorio finora riservato alla caccia femminile, in risposta all’avanzata femminile in terreni che prima erano solo per maschi? Forse c’è anche questo, ed è il segno dei tempi.
Il messaggio pare un altro: il mondo è complesso, la divisione tra generi sembra interessare sempre meno, la fluidità è la vera lente con cui leggere le nuove realtà di una società dove ci si sposa tra uomini e tra donne, dove il genere di appartenenza e di approdo non è poi così importante, dove ci si veste sempre meno secondo il genere. È da un bel po’ che i pantaloni non li portano più solo gli uomini. La moda, come sempre, precorre i tempi.
E poi c’è un’altra cosa, non meno importante nell’ottica di una Gran Bretagna avviata alla Brexit e di un’America in mano a Trump, dove la chiusura delle frontiere e la caccia all’immigrato sono la colonna sonora di ogni discorso politico. Enninful è un immigrato. Arriva dal Ghana, inizia a lavorare a 16 anni, si diploma alla Goldsmith University, fucina mondiale della creatività, luogo di Londra che attrae e forgia intere generazioni di fashion talents (per la maggior parte stranieri, immigrati). A 19 anni entra come redattore a i-D Magazine, poi ne diventa direttore. Stringe amicizie con la crema del fashion system, da Naomi Campbell a Kate Moss, da Pharrell Williams a Michelle Obama, Dall’anno scorso era direttore di W Magazine. Proprio lì ha prodotto due video strepitosi: I’m a Woman e I’m an immigrant, con testimonianze di donne e di immigrati per marcare, ancora una volta, la diversità e la complessità del mondo e stigmatizzare le discriminazioni.
Per un periodo Enninful ha collaborato anche con Vogue Italia, dove ha firmato lo styling di servizi fotografici passati alla storia, tipo The Makeover Madness (modelle sui tavoli operatori di chirurgia estetica), The Curvy Issue (pance, cosce e cellulite per denunciare l’anoressia delle modelle) e The Black Issue, un numero totalmente dedicato a modelle di colore. Quest’ultimo, soprattutto, fu un caso mondiale: finita la prima tiratura, furono stampate altre 40 mila copie e distribuite anche fuori dall’Italia. A Londra c’erano le ragazzine (di colore e non) in coda per accaparrarsene una.
“Ho assunto la persona migliore per quel posto”, ha spiegato l’amministratore delegato di Condé Nast International, Jonathan Newhouse. Il primo a cui Enninful ha dato la notizia della nomina è stato il padre, che lo ha sempre incoraggiato a inseguire i suoi sogni.