la Repubblica, 12 aprile 2017
Pena di morte ora è debole la voce del boia
Lentamente si vuotano le barelle della morte, si fa flebile la voce del boia che negli Stati Uniti canta sempre meno. Il 2016 è stato un anno record per il basso numero di condannati messi a morte, pochi come non si vedevano da quindici anni e la tendenza è al ribasso, non soltanto nelle esecuzioni (calate a livello mondiale del 37 per cento in un anno), ma anche nelle sentenze capitali. Per la prima volta l’America non è più tra le “Top Five”.
Tra le cinque nazioni dove la barbarie legalizzata dell’omicidio di stato è ancora praticata. Lontana dal mattatoio cinese, nel quale si abbattono, in silenzio, più condannati che in tutto il resto del mondo assommato.
Non ci sono state nuove leggi, solenni dibattiti parlamentari o decreti governativi che abbiano cambiato il corso della pena capitale nei 19 Stati che l’hanno abolita e negli altri che la mantengono sulla carta, insieme con il governo federale, ma spesso non la applicano nella realtà. C’è stata la progressiva realizzazione non soltanto della inutilità della forca come deterrente del crimine, ma della iniquità di una pena assoluta inflitta da un sistema giudiziario relativo che colpisce con giustizia diversa non i più colpevoli, ma i meno difesi da costosi avvocati.
E poi l’orrore, il grido muto che si è alzato in questi ultimi anni dalle “Death Chamber”, dalle infermerie della morte con vetrata per il pubblico e con stantuffi per il cocktail di liquidi letali. L’iniezione, in realtà tre flebo successive di pentotal per tramortire, di curaro per paralizzare e di cloruro di potassio per stroncare il cuore, ha il più alto grado di errore fra tutte le forme di esecuzione. Nel 7 per cento dei casi la vittima non muore in stato di incoscienza, ma dopo un’agonia lunga e crudele. “Crudele” come sarebbe esplicitamente vietato dalla Costituzione.
Stephen Morin in Texas impiegò undici minuti per perdere i sensi e per morire, dopo che le guardie carcerarie, addestrate per iniettare i liquidi nel rifiuto di medici o infermieri che mai partecipano alle esecuzioni se non per certificare la morte, avevano frugato per quaranta minuti con gli aghi nelle sue braccia per trovare le vene. Brian Steckel visse in piena coscienza le sensazioni brucianti dei veleni iniettati, dal curaro paralizzante al cloruro di potassio finale, dopo che la pompa dell’anestetico non aveva funzionato correttamente. Nel 2014 Clayton Lockett non riusciva a morire, mentre i suoi boia tentavano disperatamente di pompargli le vene con tutto quello che avevano. Per 43 minuti Lockett si divincolò tentando di liberarsi dalle cinghie di cuoio che legano il condannato alla barella, spezzando aghi e schizzando sangue, prima di riuscire a spegnersi.
Eppure non è neppure la pietà, non è la repulsione per la oscena sceneggiata fintamente umanitaria di un metodo di esecuzione che sembrava moderno ma è più disumano del colpo alla nuca o della ghigliottina ad avere cambiato il corso della forza. È anche la difficoltà pratica a ottenere i preparati necessari per il cocktail. Nessuna azienda americana produce più quel sodio penthotal che dovrebbe anestetizzare la vittima e gli Stati come Alabama (2 giustiziati), Florida (1), Georgia (9), Missouri (1) e il Texas con sette, che nel 2016 hanno messo a morte condannati, devono importarlo per vie traverse dall’India, scavalcando i divieti dell’Agenzia Federale del Farmaco, quasi contrabbandandoli, perché anche le Farma europee rifiutano di fornire prodotti da usare per uccidere.
Le 32 sentenze di morte pronunciate lo scorso anno sono il numero più basso dal 1973, scrive Amnesty International e le 20 condanne eseguite il minimo dal 1991. I 2.902 prigionieri in lista d’attesa nei bracci della morte spesso da oltre quindici anni hanno più probabilità di morire di vecchiaia o di malattia in carcere che di prendere l’ascensore per il patibolo. Ma se l’America che Trump ha ereditato da Obama è ormai ben dietro le nazioni più forcaiole, Cina, Iran, Pakistan, Arabia Saudita, Vietnam, Malesia, ora si aprono gli interrogativi su Trump e sulle sue intenzioni, sempre confuse e oscillanti.
Il governo federale, che ha cinque condannati a morte nelle proprie carceri, non può imporre agli stati di abbattere o rialzare la forca, ma può creare il clima politico e culturale che muova l’ago del sentimento collettivo. Trump si è sempre dichiarato un fan accanito delle esecuzioni. Invocò la morte per cinque giovani afroamericani condannati per lo stupro e l’assassinio di una donna in Central Park e non indietreggiò neppure quando furono scagionati dopo i test del Dna. La vera chiave delle “Camere della Morte” è tra le mani dei giudici della Corte Suprema che prima le dichiararono incostituzionali e poi le riammisero, negli anni ’70.
Ora la Corte è di nuovo al completo, con il giuramento del nono magistrato, Neil Gorsuch, fortemente voluto da Trump e approvato di forza dal Senato con voto strettamente di partito. Sarà suo il voto di spariglio fra i quattro giudici conservatori e i quattro progressisti. Se ascolterà la voce del Presidente che lo ha scelto e imposto, il boia potrà schiarirsi la voce e tornare a cantare, premendo gli stantuffi dei veleni.