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 2017  aprile 12 Mercoledì calendario

Non solo lavoretti: l’indotto reale dietro i giganti del digitale

Roma: Nakul Sharma, 33 anni è di Mumbai ma per anni ha studiato in Irlanda, allo Shannon College of Hotel Management. Nella sala degli Affreschi di Palazzo Fiano in piazza San Lorenzo in Lucina, l’ex sede di Forza Italia, si guarda intorno calmo: sta per presentare l’arrivo della sua startup in Italia. Accanto a lui, una donna di 40 anni, Alice Petralito, siciliana. “A Roma ho lavorato in Senato”, dice riferendosi alla sua esperienza come co-responsabile dell’organizzazione di eventi parlamentari, prima di lasciare tutto e dedicarsi a una catena di pasticcerie e gelaterie siciliane. Nakul e Alice sono rispettivamente il Ceo e il general manager per l’Italia di Hostmaker, startup inglese che, partendo dalla piattaforma Airbnb (permette a chiunque di mettere a disposizione la propria casa per soggiorni brevi) offre un servizio di gestione completa trattenendo una percentuale che varia dal 20 al 30 per cento sulla tariffa, Dall’assistenza alla pulizia, passando per l’arredamento alla scelta del miglior prezzo: chi mette la propria casa su Airbnb può quindi affidare tutto a Hostmaker e semplicemente godere dei guadagni. Più l’azienda fa fruttare l’appartamento (l’obiettivo dichiarato è ricreare il servizio degli alberghi di lusso) maggiore sarà il guadagno.
 
Dal bene al servizio E al lavoro
La casa, quindi, da bene si trasforma in servizio. “Dopo Londra, Parigi e Barcellona – spiega Alice Petralito di Hostmaker – siamo arrivati a Roma nel 2015. È stato un periodo di prova, non abbiamo fatto né marketing né pubblicità per assicurarci prima di poter garantire un alto livello qualitativo”. Oggi hanno 25 dipendenti con assunzione diretta e formazione interna. È una società di servizi che paga le tasse in Italia. “Gestiamo già 150 case delle 15 mila presenti su Airbnb a Roma, ne acquisiamo al ritmo di 10/15 al mese, abbiamo ospitato già 10 mila persone e fatto 300 mila euro di investimenti”. E, in totale, in un anno il business di Hostmaker è cresciuto del 400 per cento (ha appena ricevuto un nuovo round di finanziamenti da 6,5 milioni di euro).
 
L’effetto reale dell’economia digitale
È l’aspetto positivo dell’incontro tra l’economia tradizionale e la new economy: realtà digitali controverse a livello fiscale e normativo producono attività satellite che generano posti di lavoro reali o generano nuovi sbocchi imprenditoriali. Come Blablacar: la società francese che mette in comunicazione gli utenti per i passaggi in auto, dopo aver stretto accordi per le assicurazioni con Axa, ora ha annunciato agevolazioni per le autovetture in leasing, grazie ad accordi con la Ald Automotive e la Opel. Offerte riservate agli utenti più attivi che potranno avere sconti mensili. “L’idea – ha spiegato il co-fondatore di BlaBlaCar, Nicolas Brusson – è che la community acquisterà più di 1,3 milioni di auto nel corso del 2017. Siamo certi che il futuro dell’auto sia la condivisione e che BlaBlaCar possa avere un ruolo determinante”. Guadagnano quindi anche i settori tradizionali, grandi e piccoli. La Daimler, per esempio, è la casa madre della Smart e Car2Go è una sua sussidiaria. Controlla poi anche Moovel, che permette di conoscere tramite app tutte le opzioni del servizio pubblico e del car sharing rispetto alla propria posizione, e anche Mytaxi. Per non parlare degli investimenti del settore automotive nelle startup e dei progetti per lo sviluppo della guida senza autista.
 
Vuoti normativi e fenomenologia dei cloni
Nell’incertezza della legge, poi, nascono i cloni. Lo dimostra la diffusione di app di car pooling come Zego o Heetch. La settimana scorsa il Tribunale di Roma ha bloccato il servizio di Ncc di Uber. Due anni fa era stato bloccato Uber Pop, che permetteva a tutti di diventare tassisti temporanei per dare passaggi a pagamento. Eppure, se si prova a scaricare la App Heetch, ci si accorge che gli utenti ad averla sul loro telefono sono già almeno 500 mila. La società è francese, sul sito si definisce specializzata in “trasporto sociale” e si identifica come “piattaforma collaborativa”. Attiva nella zona della movida milanese, l’obiettivo è riportare a casa i ragazzi che escono dai locali tra le 20 e le sei del mattino, dal mercoledì alla domenica. “La uso quasi ogni weekend con gli amici quando dobbiamo tornare a casa – dice Mario M. –. I prezzi sono bassi e gli autisti simpatici”. Per un Uberpop che chiude, insomma, ce ne sarà sempre un altro che apre.
 
Costruire e vendere case: in bitcoin
Sempre Roma, stavolta al quinto piano di un elegante palazzo vicino la stazione Termini. Qui c’è il Gruppo Barletta, famosa società immobiliare che ha avviato un progetto di costruzione a due passi dall’Università Sapienza e dal Cnr, nel quartiere San Lorenzo. Al centro della stanza, un plastico di cento appartamenti moderni, con una particolarità: possono essere pagati in bitcoin, la moneta virtuale anonima. A guidare l’operazione, Paolo Barletta, 30 anni, uno dei maggiori investitori del brand della blogger Chiara Ferragni. “Operiamo in euro, in dollari, in diverse valute straniere – spiega Barletta – e crediamo possa essere un’occasione operare anche in bitcoin”. L’Italia, spiegano, pare essere più avanzata di tanti Paesi europei : “L’agenzia delle entrate – dice il notaio della società, Giuseppe Coppola – è una delle pochissime che ha classificato il bitcoin come una moneta di scambio a tutti gli effetti”. In questo modo le società di capitali possono avere lecitamente un portafoglio nella loro tesoreria, anche se il bitcoin non è stato ancora regolamentato. “Possiamo ricevere pagamenti in bitcoin e fare degli interessanti arbitraggi”, dice Barletta. I bitcoin sono infatti molto variabili: un bitcoin vale oltre mille euro e la scommessa è che il suo valore aumenti nel tempo. È però una moneta anonima – detta anche criptovaluta – utilizzata spesso per transazioni a fini illegali. “Per questo – spiega il notaio – il pagamento avverrà attraverso Coinbase, piattaforma per le transazioni che obbliga all’identificazione del possessore del portafoglio. E cercheremo anche di inasprire le verifiche sul compratore per assicurarci che sia tutto regolare”. Per chi paga in bitcoin, l’azienda si accolla le spese d’agenzia e notarili: un risparmio tra i 15 e i 45 mila euro. “Tutto regolarmente conteggiato in bilancio”, assicurano. Ed è di queste ore la notizia che Wikiwi, il fornitore online di energia elettrica del gruppo Tremagi, intende far pagare gli utenti anche in bitcoin.
 
Comunicazione, traduzione e pubblicità
Il quadro della ricaduta lavorativa del digitale nel campo della comunicazione è spiegato, invece, in una ricerca condotta da Ey e Iab Italia. Una crescita del 7,2 per cento per il digitale nel 2016, che nel 2017 potrebbe superare il settore auto. Solo il comparto Digital Advertising & Marketing ha registrato una crescita del 6 per cento (2015). È una scatola cinese: è una normale società di comunicazione, ad esempio, a curare l’immagine di Netflix e a diffonderne i comunicati. Come l’ultimo: l’annuncio della piattaforma Hermes su cui ci si può candidare come traduttori per sottotitolare le serie tv. Da ogni parte del mondo e quando si ha tempo: 12 dollari al minuto.