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 2017  aprile 12 Mercoledì calendario

La Germania potenza mondiale solo nella cornice politica europea

La crisi finanziaria del 2008 ha causato drammi senza fine: recessione economica, disoccupazione, euro-malessere. Malgrado la timida ripresa, oggi tocca alla politica, con la rivolta contro i governi, e la crisi esistenziale dell’Ue. Per fermare la metastasi, un timoniere è necessario. Storicamente la coalizione franco-tedesca ha forgiato l’unità continentale: economia e politica ora intralciano la Francia. Il resto dell’Europa è fratturato: il Sud affannato, il nord indifferente, ambivalente l’Est, petulante Bruxelles. Non resta che la supremazia tedesca, vero?
Le opinioni riguardo la Germania sono divise. Chi l’ammira, e chi l’invidia. Chi spera salvi il continente, e chi teme una terza devastazione in un secolo. Questi opposti sentimenti intersecano un altro contrasto: la Germania è grande in Europa, marginale nel mondo (dice Kissinger). Per risolvere le due contrapposizioni occorre valorizzare la reciproca dipendenza tra Europa e Germania. Il continente ha bisogno di unione bancaria, fiscalità comune e mutualizzazione del debito per salvare euro e Unione. La Germania necessita la piattaforma europea per contare nel mondo, evitando di diventare un grande Qatar, ricco e viziato. In ogni rapporto di mutua dipendenza, la cooperazione porta frutto, l’interesse individuale fa danno – ribadisce la teoria dei giochi. Il risultato deve essere benefico per tutti, non a somma zero.
Consapevole delle tragedie passate e apprensiva sui timori altrui, la Germania finora ha mirato alla supremazia commerciale, non quella politica. L’opposto degli Usa. Nel dopo-guerra, infatti, l’America ha dato all’Europa sicurezza (Nato) e prosperità (controparte del passivo commerciale), senza rischio valutario (tutto pagato in dollari). Dopo la riunificazione e dopo l’euro, la Germania non ha fornito né difesa, né benessere: anzi, ha esportato disoccupazione, senza rischio cambio (grazie all’euro). Per diventare timoniere della nave europea, con equipaggio tanto rissoso, la Germania deve risolvere diversi problemi.
Alcune difficoltà sono comuni ad altri paesi industriali: età avanzata della popolazione (la più vecchia al mondo, 44 anni in media, dopo il Giappone); bassa partecipazione al lavoro (60%); reddito maldistribuito – il candidato Schulz vuole restituire equità alla Germania. Poi c’è l’enorme eccedenza commerciale: nel 2016 la Germania ha registrato un surplus maggiore di quello cinese – 297 miliardi di euro, metà verso la stessa Ue. Ne risentono occupazione e crescita nel continente, complice l’asimmetria dell’euro – che è severo con i debitori, non con i creditori. Il programma elettorale del Cancelliere Merkel riconferma la politica di competitività, esportazioni e disciplina di bilancio. In alternativa, Schulz propone di usare le prosperità commerciale e fiscale per rilanciare l’economia europea. Indicazioni promettenti, certo, ma c’e ben altro che preoccupa. Il riposizionamento strategico della Germania richiede il rinnovo della struttura produttiva del paese – nella componente soft (gestione), quanto in quella hard (tecnologie).
Incominciamo dalla prima. Raffrontato al capitalismo anglo-Usa, il corporativismo tedesco (con partecipazione operaia alla gestione e utili) produce maggiore equità e crescita. Ma non evita disastri. Nel 2014 la Deutsche Bank ammette alcuni tra i peggiori crimini bancari. Nel 2015 un co-pilota suicida della Germanwings, del gruppo Lufthansa, causa la morte di 150 persone. Nel 2016 la Volkswagen riconosce brogli nell’emissione dei gas di scarico. Tre perle del sistema Germania colpite da inadeguato governo aziendale. Occorre rafforzare l’etica nell’economia – non solo ammende, galera e nuove regole.
La ristrutturazione fisica (hard) del sistema tedesco è più complessa. La Germania è sinonimo di qualità. Nel comparto auto, 80% del mercato mondiale di lusso è in mano a Mercedes, Audi e Bmw. Ma il concetto di qualità evolve. L’odierno «internet of things», la rete di oggetti, non valorizza i sistemi di produzione, ma le piattaforme che li integrano. L’interfaccia uomo-macchina è sostituita dall’interfaccia tra le macchine. Secondo Roland Berger, se l’imprenditoria tedesca non si adegua a questi sviluppi, entro un decennio il prodotto industriale nazionale perderà un quarto del valore (-220 miliardi di euro).
Anche la politica è in ritardo. Secondo il cancelliere Merkel la nuova rivoluzione tecnologica (Industrie 4.0) favorisce il paese: «La Germania ha gli oggetti, l’America ha la rete», afferma. Traduco: noi produciamo gli apparecchi (del mondo fisico), e gli Usa forniscono la comunicazione (del mondo virtuale). Puerile illusione. Per mantenere superiorità qualitativa, le imprese tedesche devono sviluppare la «rete di oggetti». Il problema: solo il 4% delle maggiori aziende tedesche è nel comparto tecnologico avanzato, contro 20% in Usa. Inoltre, solo 4 delle 174 aziende private con capitale superiore al miliardo di euro sono tedesche. Traduco ancora: la Germania è un paese di Mittelstand, piccole e medie aziende tradizionali. Questo finora è stato un elemento di eccellenza, come in Italia. Ma, come in Italia, ora crea problemi.
La tecnologia di rete non nasce in singole aziende, o singoli prodotti: nasce dalla loro interazione, attraverso software. Un compito difficile in un mondo dalla concorrenza spietata. Per esempio, Bosch GmgH, altra perla industriale tedesca, promette tutti congegni rete-compatibili entro il 2020. A scopo sperimentale presenta al salone sull’elettronica di Las Vegas la piattaforma Mykie, l’elfo in cucina. Ma il mercato gli gira le spalle: a Mykie preferisce Alexa, di Amazon, che opera bel oltre la cucina.
Sfide ancora più complesse sono all’orizzonte. Stiamo passando dall’interfaccia tra le cose, all’intelligenza artificiale (Ai) delle cose: in Industrie 5.0 gli oggetti s’immedesimano nell’ambiente, capaci di sapere, programmare e decidere – in un certo modo, riflettere.
L’interfaccia non è solo tra congegni, ma con la realtà circostante: agenti virtuali che capiscono i bisogni dell’utente grazie all’interazione in rete con milioni di simili agenti e miliardi di informazioni desunte da essi. Non congegni domestici, ma operatori virtuali in ufficio, azienda, ospedale, tribunale e scuola (chiesa?). Umanoidi, discendenti dei robot, che svolgono funzioni autonome in conformità a conoscenze multi-disciplinari. In questo mondo che si affretta a re-inventare se stesso, a capofila sono aziende americane (start-up nella Silicon Valley, oltre alle gigantesche Google, Apple, Amazon, Microsoft) e asiatiche (Huawei, Samsung). Nessuna azienda europea, nessuna tedesca.
Il ritardo tecnologico causa debolezza economica e deriva strategica. La patria di Goethe, Kant e Beethoven può fermare il declino? A mio avviso può meravigliarci ancora, per la sopravvivenza di se stessa e dell’Europa. Ma il camino è arduo, il ritardo grande.
autore@scaccomatto-all-occidente.com