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 2017  aprile 12 Mercoledì calendario

Claudio Monteverdi nostro contemporaneo

Monteverdi fa 450 e a Cremona lo festeggiano per un anno intero fra mostre, convegni, conferenze, crociere musicali sulle «desiate acque» del Po e un’edizione potenziata del Festival Monteverdi. Il divin Claudio, ovvio, merita questo e altro, magari non solo a Cremona dove in sostanza si limitò distrattamente a nascere, come da atto datato «die 15 maggio 1567» nel registro dei battezzati della chiesa dei Santissimi Nazaro e Celso: le «sue» città sono semmai Mantova e Venezia. Però a Cremona hanno iniziato le celebrazioni con un’idea intelligente, affiancando cioè a Monteverdi l’altra gloria locale: la grande tradizione della liuteria, da Amati, Guarnieri e Stradivari in giù (e con l’appendice bresciana di Gasparo da Salò e Maggini).
Così, al Museo del Violino, è da vedere fino al 23 luglio la mostra «Monteverdi e Caravaggio, sonar stromenti e figurar la musica». L’intento è quello di far vedere, oltre che sentire, l’orchestra che il 24 febbraio 1607 eseguì L’Orfeo nel Palazzo Ducale di Mantova: non la prima opera, ma il primo capolavoro dell’opera.
Gli strumenti antichi raccolti qui hanno come nume tutelare, opera-simbolo, feticcio e oggetto di culto (feticistico, appunto), uno dei quadri più celebri della storia della musica «da vedere»: il Suonatore di liuto di Caravaggio. E qui bisognerebbe aprire una vasta parentesi. Si tratta infatti della versione del quadro, di proprietà privata, proveniente dalla collezione di Henry Somerset, terzo Duca di Beaufort, che lo comprò durante il suo Grand Tour italiano del 1726. Il quadro rimase nel Gloucestershire fino al 1969, fu venduto come copia e riemerse a New York nel 2011. Ora, di Suonatore ce ne sono due: quello dell’Hermitage e l’«ex Wildenstein» a lungo esposto al Metropolitan di New York. Questo viene attribuito a Caravaggio da grandi firme della critica come sir Denis Mahon, Mina Gregori e Claudio Strinati, ma la certezza probabilmente non si avrà mai.
Il Suonatore di Caravaggio
Di certo, a Cremona il quadro è una specie di ciliegina sulla torta, un’icona acchiappa like e visitatori. La torta sono però gli strumenti (e, a parte tutto, benché il liutista suonasse nel 1597, ha davanti uno spartito con l’incipit di quattro madrigali di Jacques Arcadelt, all’epoca già alquanto fuori moda. A meno che non si tratti già di una raffinata riesumazione, tipo quelle che si facevano appunto per Monteverdi quand’era ancora una rarità...).
Cosa si suonasse, quella sera a Mantova davanti ai Gonzaga e agli Accademici Invaghiti, lo sappiamo. L’organico orchestrale era questo: «duoi gravicembali, duoi contrabassi de viola, dieci viole da brazzo, un’arpa doppia, duoi violini piccoli alla francese, duoi chitaroni, duoi organi di legno, tre bassi da gamba, quattro tromboni, un regale, duoi cornetti, un flautino alla vigesima seconda, un clarino con tre trombe sordine». Come sempre, si tratta di intendersi sulle parole. Un complesso con due violini e dieci viole parrebbe oggi improbabile e in ogni caso sbilanciatissimo: ma in realtà le dieci «viole da brazzo» erano, lo sappiamo, quattro violini, due viole contralto, due viole tenore e due violoncelli.
Il barocco sdoganato
Ora, in quest’epoca di esecuzioni «storicamente informate», di orchestre con strumenti «originali» e insomma di tutta la movida «filologica» che è sicuramente la più importante tendenza degli ultimi decenni nella musica «colta», con lo sdoganamento del barocco come unica vera musica «contemporanea», vedere gli strumenti di Monteverdi, e questi sì sicuramente originali, è davvero emozionante. A prescindere dalla storia eccezionale di alcuni di loro. Prendete il famoso violino «Carlo IX» di Andrea Amati (1570 circa) che si chiama così perché fu commissionato dal penultimo Valois Re di Francia (quello della strage di San Bartolomeo, per intenderci), e infatti sul fondo si vedono ancora gigli e corone. Gran parte degli strumenti furono distrutti durante la Rivoluzione, ma quando scoppiò erano ancora in uso. Quindi l’Amati allietò dopo i Valois anche i Borbone e potrebbe essere stato uno dei «Petits violons» che accompagnavano il Re Sole ovunque, anche in guerra.
Invece gli ottoni sono tutti tedeschi, griffati Anton Schnitzer, padre e figlio, a Norimberga, evidentemente grazie alle miniere lì a due passi. Particolarmente clamorosa la tromba «sinuosa», datata 1598, che però è una copia. Non tutti gli strumenti, in effetti, sono originali: un regale di Giorgio Carli da Christophorus Pfleger, 1644, arriva curiosamente da Villa Wagner a Tribschen, dove sarebbe interessante capire cosa se ne facciano di un regale secentesco.
Insomma, quella cremonese non sarà forse una delle mostre che smuovono le folle, ma sicuramente è interessante. Di più: è la testimonianza che Monteverdi non è più l’oggetto misterioso dei nostri nonni e nemmeno la rarità dei nostri padri. Le sue opere sono in pratica di repertorio, L’incoronazione di Poppea (ammesso che l’abbia davvero scritta lui) più dell’Orfeo e L’Orfeo più del Ritorno d’Ulisse in patria, ma comunque tutte e tre nei cartelloni dei teatri nel mondo, perfino di quelli italiani. I madrigali collezionano esecuzioni e incisioni. Gli specialisti italiani non hanno più nulla da invidiare agli stranieri, e in più hanno dalla loro, anzi dalla nostra, la lingua. Mai, come oggi, Claudio Monteverdi è un nostro contemporaneo.