Il fatto del giorno
di Giorgio Dell'Arti
Tre giorni fa, nel carcere di Foggia, c’è stato l’undicesimo suicidio dell’anno: Ottavio Mastrochirico, di 36 anni, nato a Polignano a Mare (Ba), ha sfilato dalla tuta il cordoncino e con quello s’è impiccato a una sporgenza della cella. Era accusato dell’omicidio di una donna di 80 anni, ammazzata a calci e pugni due anni fa, forse con l’aiuto della moglie (indagata). Identificato dal dna trovato su un mozzicone dimenticato in casa della vittima, l’avevano condannato a 16 anni in primo grado ed era un violento, che aveva avuto problemi con gli altri detenuti ed era stato messo perciò in una cella da solo. Ieri pomeriggio, poi, nel carcere di Piacenza, un maghrebino ha tentato di impiccarsi appendendo un lenzuolo alle sbarre della finestra: lo ha salvato un agente.
• Racconta di queste tragedie per farci riflettere sul problema delle carceri.
Già. Secondo i dati dell’Amministrazione Penitenziara (Dap) al 31 gennaio erano chiuse nelle nostre celle 66.973 persone. I posti disponibili, però, erano (e sono) 45.688. Autolesionismo e aggressività sono le reazioni tipiche del sovraffollamento, come dimostrano mille esperimenti di laboratorio. Gli esseri umani non reagiscono, in queste condizioni, diversamente dai topi. S’ammazzano anche le guardie carcerarie, che in definitiva vivono una condizione non troppo dissimile da quella dei detenuti. Il loro sindacato reclama un adeguamento degli organici: sono 45 mila e ce ne vorrebbero 6.000 in più. Le guardie dicono di aver salvato, negli ultimi dieci anni, diecimila carcerati che voleva uccidersi o farsi del male.
• Non c’era un decreto svuota-carceri in ballo? Che fine ha fatto?
Il Senato l’ha convertito in legge martedì della settimana scorsa. Contrari Lega e Di Pietro, molte assenze tra i pidiellini e tra i democratici. Ma insomma è passato. Solo che non servirà molto. Prevede di far scontare gli ultimi 18 mesi di carcere ai domiciliari e spinge per tenere a casa o in camera di sicurezza i cittadini colti in flagranza di piccoli reati, gente cioè che stava in carcere due o tre giorni. Si tratta tuttavia, in media, di 21 mila persone. C’è il problema che le 700 camere di sicurezza italiane (sarebbero le celle che si trovano negli uffici della polizia) sono spesso in cattive condizioni. I domiciliari presentano un altro problema: che tanti detenuti, e specialmente gli stranieri, la casa non ce l’hanno. In definitiva, il decreto svuota-carceri, o salva-carceri, alleggerirà l’affollamento di 3-4000 persone al massimo. Assolutamente insufficiente.
• Un’amnistia? Un indulto? Qualcosa che faccia uscire 15 mila persone?
È comunque una pezza, con conseguenze di allarme sociale da non sottovalutare. L’ultima amnistia (epoca Prodi) ha semplicemente rinviato il problema: dopo un paio d’anni eravamo punto e daccapo. C’è anche il problema che il ministro Severino, sensibilissima a questo dramma («mi sento molto responsabile quando vengo a sapere dei suicidi in carcere»), non intende farsi promotrice di un procedimento su larga scala e di forte responsabilità politica. Vorrebbe che l’iniziativa partisse dal Parlamento (e ha già fatto sapere che non si opporrebbe). Ma per i partiti – a parte i radicali che un dossier sull’amnistia ce l’hanno pronto – il tema è molto delicato, perché gli elettori non vedono volentieri il ritorno in libertà di ladri, rapinatori eccetera.
• Beh, e il decreto svuota-carceri che hanno approvato adesso, non fa comunque questo?
Senza automatismi, però. È sempre un magistrato a decidere se al detenuto tale è possibile applicare i domiciliari. In caso di soggetti notoriamente pericolosi, probabilmente, il giudice non concederà l’uscita di cella.
• Che cosa si può fare allora?
Bisognerebbe costruire almeno un’altra decina di penitenziari. Il decreto svuota-carceri ha stanziato 57,27 milioni per «l’adeguamento, il potenziamento e la messa a norma di infrastrutture carcerarie». Il problema qui è la lentezza allucinante delle procedure italiane: ci vorrebbe, per fare presto, la Protezione civile di una volta. Poi sarebbe bene che si limitasse drasticamente la carcerazione preventiva: il 40% di quelli che stanno dentro sono in attesa di giudizio. Ci metta la lungaggine del nostro processo, che complica ulteriormente il quadro. Infine, si potrebbe fare qualcosa anche al momento della pena. All’estero le pene si scontano per il 70 per cento fuori dal carcere (domiciliari, esecuzione di lavori socialmente utili ecc.), da noi il rapporto è rovesciato, stanno a casa solo tre condannati su dieci.
[Giorgio Dell’Arti, La Gazzetta dello Sport 24 febbraio 2012]