Questo sito utilizza cookies tecnici (propri e di terze parti) come anche cookie di profilazione (di terze parti) sia per proprie necessità funzionali, sia per inviarti messaggi pubblicitari in linea con tue preferenze. Per saperne di più o per negare il consenso all'uso dei cookie di profilazione clicca qui. Scorrendo questa pagina, cliccando su un link o proseguendo la navigazione in altra maniera, acconsenti all'uso dei cookie Ok, accetto

 2012  febbraio 24 Venerdì calendario

MA NON SIAMO ANCORA FUORI PERICOLO

A 100 giorni dal suo insediamento, sembra naturale fare un primo bilancio del governo Monti. Ma non è facile, perché tutto dipende dalla prospettiva che si adotta. Perciò dichiarerò subito la mia: la mia prospettiva è il confronto con quel che c’era prima. Da questa angolatura, è difficile non tirare un sospiro di sollievo: finalmente abbiamo un governo non imbarazzante, e non mi riferisco solo all’ultimo Berlusconi, ma a quel cocktail di furbizia, incompetenza e immobilismo che - secondo diverse miscele e proporzioni - ha caratterizzato tutti i governi degli ultimi 15 anni. Nei suoi primi tre mesi di attività il governo Monti ha cambiato radicalmente lo stile della politica, ha preso alcune decisioni coraggiose (pensioni), e altre si appresta a prenderne (mercato del lavoro), se le cosiddette parti sociali non lo bloccheranno.

La stessa critica che più mi sentirei di muovergli, e cioè di non avere fatto abbastanza in materia di concorrenza, liberalizzazioni e pressione fiscale sui produttori, perde gran parte della sua forza se si pensa alla timidezza, all’opportunismo e all’impotenza dei governi precedenti.
Anche se i maggiori frutti dell’azione di questi mesi si potranno vedere solo fra qualche anno, resta il fatto che i segnali che il «governo dei tecnici» ha mandato al Paese sono di enorme importanza: gli italiani stanno capendo che un altro modo di fare politica è possibile, e in molti cominciamo a pensare che - alle prossime elezioni - nessuno riuscirà a farci ingurgitare la solita minestra, sia essa di centro, di destra o di sinistra.

Persino la decisione di ritirare la candidatura dell’Italia a ospitare le Olimpiadi del 2020, contestata da molti politici ma approvata dalla maggior parte dei cittadini, ha un importantissimo valore simbolico. Essa certifica che certi lussi del passato non possiamo più permetterceli, e che la situazione economica del Paese resta grave. Ma quanto grave? Su questo, e solo su questo, vorrei permettermi di sollevare qualche dubbio. A mio parere il clima di scampato pericolo che si respira in questi giorni, dopo l’ennesima toppa alla situazione greca, non è pienamente giustificato. Da più parti si sente affermare che, grazie al prestigio di cui il governo Monti gode, lo spread - questa misura della sfiducia dei mercati nell’Italia - è crollato di 200 punti, ed è destinato a cadere di altri 200 punti nel caso l’imminente riforma del mercato del lavoro risulti incisiva, con annessa abolizione dell’articolo 18 dello Statuto dei lavoratori.

Non so quanto sia giustificata quest’ultima aspettativa, né penso che lo sapremo mai, perché ritengo che Monti - a causa dell’opposizione dei sindacati - non potrà seguire i consigli dei suoi colleghi Alesina e Giavazzi, che da settimane lo implorano di intervenire sulle regole del mercato del lavoro in modo radicale, evitando di varare una riforma troppo timida e prudente, e perciò dannosa.

Sul primo punto, ossia sull’idea che il governo Monti abbia «tirato giù» lo spread di 200 punti, mi sentirei invece di sollevare più di una perplessità. Per valutare l’impatto del nuovo governo, la misura migliore non è lo spread dell’Italia rispetto alla Germania, che dipende anche dalla fiducia nell’euro e dalle preoccupazioni di un tracollo della moneta unica, ma è lo spread dell’Italia rispetto a quello dei Paesi a noi più comparabili, in quanto né virtuosi come la Germania, né sull’orlo del baratro come Grecia, Portogallo e Irlanda. Penso alla Spagna, ma anche a Francia e Belgio, i cui tassi di interesse sui titoli pubblici seguono uno schema non dissimile da quello dei titoli italiani. Ebbene, se si calcola questo secondo tipo di spread - una sorta di «spread dello spread» (SdS), ovvero di spread dell’Italia rispetto a Spagna-Belgio-Francia, si scoprono alcune cose interessanti.

La prima, molto positiva, è che a partire dalla metà di gennaio, e cioè da almeno 5 settimane, lo spread dello spread è in costante diminuzione: era a quota 263 nella settimana dal 9 al 13 gennaio, è sceso di quasi 100 punti (SdS=168) la scorsa settimana, ed è ulteriormente sceso nei primi giorni di questa settimana (ieri era a 164). Accanto a questo dato confortante, che ci fa sperare che il trend continui nelle prossime settimane, non si possono non registrare almeno tre motivi di preoccupazione. Il primo è che, rispetto al picco toccato a metà novembre, quando il presidente Napolitano e i mercati indussero Berlusconi a rassegnare le dimissioni, lo spread dello spread non è affatto sceso di 200 punti, ma solo di 70 punti (da 234 a 164). Il secondo è che, a tutt’oggi, lo spread dello spread resta peggiore che nella drammatica crisi di inizio agosto 2011, quando il Parlamento fu riaperto precipitosamente per fronteggiare un’emergenza finanziaria che poteva avere esiti drammatici: allora aveva toccato il livello record di 149, oggi - nonostante il netto miglioramento delle ultime settimane - resta a livello 164, ossia 15 punti peggiore di allora. Il fatto è che, contrariamente a quanto si è indotti a credere dal favore di stampa di cui gode il governo Monti, il momento peggiore degli ultimi 12 mesi non è stato né durante la crisi di agosto (SdS=149), né durante quella di novembre (SdS=234), bensì nell’ultima settimana dell’anno, quando - con il governo Monti insediato da cinque settimane - lo spread dello spread sfiorò i 300 punti (Sds=294), per poi iniziare la discesa che nelle ultime settimane lo ha portato vicino a 160.

C’è poi un terzo e ultimo motivo di preoccupazione. Fino a 6 mesi fa (prima settimana di agosto), il nostro spread rispetto alla Germania era sempre stato migliore di quello della Spagna che - nel giudizio dei mercati è il Paese a noi più comparabile. Ma da allora, né sotto Berlusconi né sotto Monti, siamo mai riusciti a riprenderci questo sia pure modesto primato. Questa settimana, nonostante quasi un mese e mezzo di costanti progressi, lo spread dell’Italia è ancora 39 punti-base sopra quello della Spagna. Ciò significa che, nonostante apprezzino gli sforzi del nuovo governo italiano, i mercati giudicano la situazione debitoria del nostro Paese tuttora più preoccupante di quella spagnola, dove il neoeletto governo di Rajoy sta tentando di varare alcune importanti riforme.

Questi motivi di preoccupazione, più che indurci al pessimismo, dovrebbero farci riflettere su quanto sia ancora lungo il cammino che sta davanti al nostro Paese. Un importante pezzo di strada è già stato percorso, i mercati e la comunità internazionale apprezzano quello che l’Italia sta facendo, ma sarebbe un errore - un tragico errore - fermarci qui, solo perché non siamo più sull’orlo del baratro.