Il fatto del giorno
di Giorgio Dell'Arti
Giunto al centesimo giorno di vita, il governo Monti ha varato un decreto fiscale aprendo così un terzo fronte di battaglia con le forze politiche e con le parti sociali.
• Quali sarebbero le tre battaglie?
Il decreto legge sulle liberalizzazioni, la riforma del mercato del lavoro e adesso, appunto, il decreto fiscale. È interessante notare, prima di tutto, che le tre questioni si trovano in tre fasi diverse di avanzamento (per dir così). Il decreto legge sulle liberalizzazioni è in discussione al Senato, dove ne stanno riscrivendo ampie parti, con i lobbisti fuori dalla porta che premono per dire la loro: gli avvocati minacciano di bloccare la giustizia se non li si starà a sentire, i tassisti, che prima sembravano aver segnato un punto (l’ultima parola sulle licenze ai sindaci, ricattabili elettoralmente), adesso sono stati messi nuovamente all’angolo (le licenze le deciderà l’Authority dei trasporti), eccetera eccetera. La riforma del mercato del lavoro si trova invece in una fase negoziale molto delicata: Cgil, Cisl e Uil – di nuovo riuniti, perché si gioca una partita mortale – difendono l’articolo 18, ma soprattutto lottano perché il governo non proceda senza il loro assenso. È l’ultimo, disperato tentativo di salvare il sistema della concertazione. Che a Monti e Fornero sembra invece stare in gran dispetto: ogni giorno che passa i due spiegano che andranno dritti per la loro strada e se il sindacato vorrà firmare bene, altrimenti si procederà ugualmente.
• Somiglia un po’ al metodo Marchionne: prendere o lasciare.
Infatti. Oltre all’articolo 18, e forse più dell’articolo 18, conta la questione degli ammortizzatori sociali. Fornero vuole demolire la cassa integrazione, lasciando in piedi solo quella ordinaria e provvedendo, in tutti gli altri casi, con un assegno di disoccupazione (lo chiamo così, ma non si sa se alla fine il nome sarà effettivamente questo) uguale per tutti e finanziato da imprese e lavoratori. Camusso, Bonanni e Angeletti non sono per niente d’accordo e vorrebbero conservare grosso modo il sistema attuale, almeno nelle logiche. Il sistema attuale, infatti, dà al sindacato un ruolo molto importante: in ogni fase delle crisi è il sindacato a negoziare il tipo di intervento e i relativi numeri. L’assegno di disoccupazione sarebbe invece automatico: una grande perdita di potere per le confederazioni.
• I partiti che dicono?
Monti deve giocare d’equilibrio tra il Pdl e il Pd, scontentando, per dir così, tutt’e due allo stesso modo. Il Pdl prende le parti di farmacisti, tassisti, avvocati eccetera, dunque digerisce male il decreto sulle liberalizzazioni, al quale stanno dando l’assalto lobbisti di tutti i tipi (al Senato c’è l’ingorgo di questi personaggi, che affollano i corridoi del terzo piano, dove sono riunite le commissioni e contro i quali ci sono stati un paio di richiami dello stesso Schifani). Il Pd invece è già in fibrillazione per la riforma del mercato del lavoro: l’articolo 18 si può toccare o no, gli ammortizzatori vanno modificati così profondamente come vuole il governo e, soprattutto, si può varare una legge in questo settore senza l’accordo con i sindacati? Bersani ha detto che il Pd potrebbe non votare la riforma, se non condivisa dai sindacati. Ma i veltroniani non sono per niente d’accordo. Il governo, d’altra parte, più concede sulle liberalizzazioni e più è debole sul lato della trattativa con i sindacati.
• Senza contare il problema dello spread.
Già, un improvviso annacquamento delle varie riforme potrebbe avere conseguenze tremende sui tassi d’interesse dei nostri Btp. Ieri l’Ocse ha ribadito che bisogna abbattere le barriere alla concorrenza (liberalizzazioni), ma anche «ammorbidire la protezione del lavoro sui contratti standard» e, inoltre, vendere la proprietà pubblica delle tv (cioè la Rai) e quelle dei trasporti, dell’energia e dei servizi locali.
• E sul fisco?
Senza entrare nel dettaglio di tutto quello che è stato deciso, basterà sapere che le questioni chiave sono due: il decreto del governo promette che i denari recuperati nella lotta all’evasione fiscale saranno adoperati per abbattere le aliquote più basse dell’Irpef. Mettere un po’ di soldi in tasca ai cittadini è l’unico modo, infatti, per stimolare un poco la domanda. Da quando però? Pare che non sarà possibile far nulla prima del 2014. Secondo punto: l’Imu della Chiesa. Sembrava dimenticata, ma il governo l’ha reintrodotta con un emendamento al decreto sulle liberalizzazioni, stabilendo che saranno sottoposti a tassazione tutti gli immobili all’interno dei quali si svolgano attività commerciali. Si tratta di un incasso da due miliardi l’anno. Le proteste sono già cominciate. Non solo da parte delle organizzazioni ecclesiastiche (c’è per esempio un no dei salesiani all’applicazione della norma sulle scuole paritarie), ma anche dei partiti. Il cattolicissimo Maurizio Lupi (Pdl) ha detto: «Il governo dica se asili nido e scuole parificate devono pagare la nuova Imu o no».
[Giorgio Dell’Arti, La Gazzetta dello Sport 25 febbraio 2012]