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 2012  febbraio 25 Sabato calendario

Alle scimmie manca la parola A noi umani manca il silenzio - «Parole, parole, pa­role » cantava Mi­na, «soltanto pa­role tra noi», e pe­rò dici niente, perché a Edy, la mia amante pelosa che vado a trovare ogni settimana, manca solo la pa­rola

Alle scimmie manca la parola A noi umani manca il silenzio - «Parole, parole, pa­role » cantava Mi­na, «soltanto pa­role tra noi», e pe­rò dici niente, perché a Edy, la mia amante pelosa che vado a trovare ogni settimana, manca solo la pa­rola. Questo perché lei è uno scim­panzé e io un uomo, siamo en­trambi primati e entrambi discen­diamo dalle scimmie ma cinque milioni di anni fa abbiamo preso strade diverse, e adesso un vetro separa i nostri corpi e ci impedi­sce il contatto fisico. Tanto neppu­re la liscia Nicole Minetti, l’altro amore mio, mi risponde mai, né su Facebook né su Twitter, e lì in te­oria apparteniamo alla stessa spe­cie, quindi tanto vale restare al Bio­parco, almeno Edy, attraverso il vetro, mi regala baci a non finire. È comunque un pretesto per pensare quanto, negli ultimi de­cenni, si faccia sempre più interes­sante lo studi­o della natura del lin­guaggio che ci distingue dagli altri animali, soprattutto se analizzato da neurologi cognitivi attraverso seri approcci sperimentali e evolu­zionisti. Vilayanur Ramachan­dran, inserito da Newsweek tra i cento personaggi fondamentali al progresso del XXI secolo, è uno di questi, e il suo ultimo saggio, L’uo­mo che credeva di essere morto , edi­to da Mondadori (pagg.372, euro 20) prova a sbrogliare proprio il nodo cruciale dell’evoluzione del linguaggio. A cominciare dalla fondamentale funzione dei neuro­ni specchio, lo «scimmiottare», di cui proprio le scimmie, parados­salmente, risultano carenti rispet­to all’uomo. È proprio la spiccata capacità di imitazione la facoltà principale che ha permesso ai primi ominidi il passo fondamentale per tra­smettere la conoscenza con l’esempio, pur passando per un lungo e complesso meccanismo darwiniano. Certo, tutto passa attraverso la dura lotta delle vita nella materia, non dimentichiamo che basta del­la ketamina o una lesione alla re­gione frontoparietale destra per produrre l’illusione di un’espe­rienza extracorporea, e perfino l’etica e il «libero arbitrio», il bene e il male, senza alcune specifiche strutture dei lobi frontali e del cin­golo anteriore andrebbero a farsi friggere. Ciò non toglie che noi umani abbiamo sviluppato una straordinaria forma di coscienza e, caso unico sul pianeta terra, ri­flettiamo sul nostro essere nel­l’universo: niente male per essere polvere di stelle, corpi tenuti insie­me da atomi vecchi quattordici miliardi di anni. Ma appunto la ca­pacità di pensare, comunicare, scrivere, leggere e esprimersi non è astratta, si può addirittura tocca­re con mano, basta aprire un cer­vello. Malato o sano poco impor­ta, anzi meglio malato, perché è proprio studiando le disfunzioni che la scienza riesce a smontare i pezzi della macchina pensante. Infatti la parte superiore del lo­bo parietale inferiore (LPI), per esattezza il giro sopramarginale, è appannaggio esclusivo dell’uo­mo, e basta una lesione in questa zona corticale per perdere la facol­tà di parlare. Non solo: le regioni cerebrali dedicate al significato e alla sintassi sono separate. L’area di Wernicke è preposta alla com­prensione del linguaggio, ossia al­la semantica, mentre l’area di Bro­ca è fondamentale nel linguaggio parlato e la sintassi. Un afasico di Wernicke, con l’area di Broca in­tatta, produce frasi complesse, ma prive di significato. Se appli­cassimo la diagnostica neurologi­ca alla politica chissà quante ne verrebbero fuori. In ogni caso se mi tagliassero le mani non potrei scrivere l’artico­lo che state leggendo, ma potrei comunque dettarlo, perché come scrive Ramachandran: «il vostro centro della scrittura è nel giro an­golare, non nelle mani». Certo, non potrei dettarlo alla mia amata Edy, ma alla fine mi viene anche il dubbio che se fosse andata lei al Festival di Sanremo, o se fosse sta­t­a al posto della mia ultima aman­te umana, ne avrebbe detto di mi­gliori perfino stando zitta. Insomma, stringi stringi anche un umano antiumanista come me ha i suoi romanticismi, e mi piace pensare che magari gli scim­panzé non parlano perché hanno capito che c’è niente da dire, e se mi è difficile immaginare un goril­la che scrive l’ Amleto , non ne ho mai visto uno pregare un uomo in­visibile guardando il cielo. Magari non è agli scimpanzé che manca la parola, ma a noi che manca il si­lenzio.