Michele Smargiassi, la Repubblica 25/2/2012, 25 febbraio 2012
Cosa mai poteva accomunare Che Guevara e lo Scià di Persia, la regina Vittoria e il segretario Onu Dag Hammarskjöld, Patti Smith e Gina Lollobrigida, Emile Zola e Allen Ginsberg, Gustav Thoeni e Wim Wenders, Barbara Bush e Candice Bergen, il sindaco rosso di Bologna Giuseppe Dozza e il vescovo di Reggio Emilia Arturo Marchi? Un clic
Cosa mai poteva accomunare Che Guevara e lo Scià di Persia, la regina Vittoria e il segretario Onu Dag Hammarskjöld, Patti Smith e Gina Lollobrigida, Emile Zola e Allen Ginsberg, Gustav Thoeni e Wim Wenders, Barbara Bush e Candice Bergen, il sindaco rosso di Bologna Giuseppe Dozza e il vescovo di Reggio Emilia Arturo Marchi? Un clic. Ossia il gesto più comune, più globalizzato, più diffuso e onnipresente al mondo. Tutti fotografi, quei nomi sonanti per altri meriti, e non solo loro. Fotografi per diletto, senza vantarsene troppo, ma con impegno e costanza. Nella biografia di centinaia di celebrità, celebri per qualcos´altro, c´è un insospettabile posticino per la passione predominante del Novecento, l´hobby domenicale di ogni famiglia rispettabile, il dovere genitoriale di ogni padre, l´obbligo morale di ogni turista: documentare i propri sguardi, condividere le proprie visioni. Passione interclassista e interdisciplinare, entusiasmo febbrile e infantile spesso mal confessato, per un elenco di personalità far foto è stato molto più che un passatempo, è stata la scoperta di una dimensione non venale, non "obbligata", non "commissionata", dell´espressione dell´Io. In verità, caso per caso, il rapporto con la fotografia è diverso e singolare. Per alcuni, quella di produrre immagini è un´attività che corre parallela, e talvolta s´incrocia e si contamina, con l´attività ufficiale: è il caso degli scrittori, Capuana, De Roberto, Zola, Strindberg, G.B. Shaw, Cechov, Rimbaud, Malaparte, Breton, Queneau, Hugo (a fotografare Tolstoj ci pensò la moglie), London, Jarry: o dei filosofi, da Bourdieu a Baudrillard. Per altri, che della visione fanno già un mestiere, è un modo per rinfrescarla e impedirle di assuefarsi e addormentarsi, come nel caso dei pittori, da Degas a Picasso, o degli architetti come Le Corbusier o Ruskin, e certo a maggior ragione dei registi di cinema, da Tarkovskij a Kiarostami, a Lattuada ad Agnès Varda. Per altri ancora è la pratica collaterale quasi indispensabile della propria vocazione, come nel caso dei viaggiatori, tra i quali è Chatwin il portabandiera. Quanto ai politici e ai potenti, da Vittorio Emanuele III a Renato Brunetta, si può fantasticare che la fotografia sia per loro uno strumento ausiliario di analisi del mondo. Mentre è una verosimile compensazione, se non rivincita, per celebrità abitualmente oggetto di sguardi altrui, come i musicisti, da Lou Reed a Bryan Adams, Michael Nyman, Graham Nash, Bill Wyman, David Byrne, o gli sportivi come Thoeni, o gli uomini di tivù come Davide Mengacci, e ancor più gli attori di cinema, da Yul Brynner a Jeff Bridges, Dennis Hopper, fino a Leonard Nimoy, il dottor Spock di Star Trek. Per altri, infine, è uno stacco radicale con le incombenze di una carriera: come Antonio Auricchio, imprenditore del formaggio, che da numerosi viaggi di lavoro in Africa riportava sempre a casa esperimenti di provoloni Masai ed egregi reportage in bianco e nero.