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 2012  febbraio 25 Sabato calendario

Caro amico ti mangio Ecco le ricette dell’orrore - Sta per uscire un libro che ha bi­sogno di una solida e corposa «excusatio non petita» (scuse non richieste) in prefazione, prima di addentrarsi nel suo originale con­testo

Caro amico ti mangio Ecco le ricette dell’orrore - Sta per uscire un libro che ha bi­sogno di una solida e corposa «excusatio non petita» (scuse non richieste) in prefazione, prima di addentrarsi nel suo originale con­testo. È raro che lo scrittore presen­ti le sue scuse e qualche parola di doverosa cautela all’inizio del te­sto e non alla fine. Questo significa mettere le mani. E questo risulta un tantino sospetto. Come accade nei film, anche per i libri esistono dei «titoli di coda», nei quali solita­mente compare quel famoso «ogni persona o fatto è puramente immaginario ecc». Qui invece l’au­tore, Tebaldo Lorini, inizia la sua introduzione con questa frase: «Non vorrei proprio iniziare un li­bro con delle scuse ». E infatti snoc­ciola le prime due pagine permea­te del timore di non essere capito, di urtare la sensibilità del lettore, di rappresentare un mondo confi­nato nel passato remoto, che non avrebbe alcun bisogno di essere ri­portato a galla. E giù con altre scu­se (non petite, ma pentite?). Ma che razza di libro è, vi chiederete? Argomenti scabrosi, sesso impu­ro, necrofilia, pedofilia, riti satani­ci, pozioni venefiche per suocere, mogli e mariti non più tollerabili? Macché,peggio ancora.Sono le«ri­cette proibite». E non vi venga in mente di pensa­re alle cibarie che la storia ( e la fan­tasia) ci hanno consegnato quali potenti afrodisiaci: l’aragosta, le ostriche, il cioccolato, il Parmigia­no Reggiano (magari, visto che son di quelle parti) e così via. Nien­te di tutto questo. Si tratta di gatti in umido, ragù di gazze ghiandaie e corvi,scoiattoli alla brace,cigni al­­l’arancia, rondini in salmì, ghiri al miele e altre leccornie simili. Se, dopo avere letto un indice simile (parziale e citato a braccio), a qual­cuno venisse l’idea di lasciare il li­bro sullo scaffale del venditore, non abbia tutta questa fretta e non si faccia prendere da un eccesso d’ingiustificata sensibilità.Provve­deranno le iniziali pagine, anche troppo numerose, in cui l’autore sente il dovere di spiegarci per qua­le arcano motivo, in occidente non si mangiano il cane e il gatto, men­tre nella più liberale (in senso ga­stronomico) Cina, la filosofia ali­m­entare vuole che si possa e si deb­ba mangiare tutto quello che è vivo e si muove sulla faccia della terra. Non che il Nostro auspichi un fu­turo culinario simile a quello dei cinesi, ma ci mette quasi trenta pagine a cercare di spiegarci perché, tutto sommato, man­giare rosticini di rondine e ci­cogne (rigorosa­mente quando non portano bam­bini) brasate, non sia poi così scanda­loso. La sua convin­zione, nei confron­ti del lettore, do­vrebbe passare at­traverso un excur­sus storico che va da Apicio e Plinio il Vecchio che adora­vano gustare le chiocciole, al Me­dioevo di Guillaume Tirrel cuoco di Carlo VI, che usava preparare ottime pietanze a base di cigni e aironi, fino ai giorni nostri in cui non v’è certo scandalo se i cinesi spolverano il cor­no di rinoceronti (quasi estinti) sul cervello della scim­mia appena deca­pitata davanti al cliente del ristoran­te. Dimentica il Lo­rini, ed è grave lacuna, di renderci edotti che i romani aggiungevano alle chiocciole organi genitali di lu­pi e cervi, animali ritenuti eccellen­ti nella loro attività sessuale. Nel primo capitolo il Nostro si adden­tra nella spiegazione del famoso adagio «non dire gatto se non è nel sacco».Un suo caro amico gli ha in­­fatti spiegato che non si può am­mazzare un gatto con uno stiletto o un colpo sul collo, perché quello s’incazza e mena unghiate e morsi a tutto spiano vendendo ben care le sue sette vite. Va dunque messo in un sacco e sbattuto (immagino otto volte) contro un muro. Che c’è, il libro non vi garba già più? E tutte le antiche ricette preziosa­mente raccolte dalla tradizione orale? E i rondinotti al sugo? Co­me? «Du spaghetti ajo, oio e pepe­roncino? » E via su, capisco che son tempi cupi, ma almeno metteteci due palle di lupo al forno.