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 2012  febbraio 25 Sabato calendario

I media dedicano grande attenzione alla corsa per la Presidenza di Confindustria. Io, invece, non riesco a interessarmene

I media dedicano grande attenzione alla corsa per la Presidenza di Confindustria. Io, invece, non riesco a interessarmene. Non tanto per la caratura dei candidati: Bombassei e Squinzi sono imprenditori di successo per i quali nutro ammirazione. Ma non capisco l´importanza che viene attribuita all´associazione stessa e quindi alla figura del suo Presidente. Sono convinto che la capacità di Confindustria di influenzare la politica economica del Paese, e quindi il suo sviluppo e le sue prospettive, sia ormai risibile. E che faccia poca differenza, per gli italiani, chi ne sia il Presidente. Scegliere tra Bombassei e Squinzi non significa schierarsi pro o contro l´articolo 18, o un certo rapporto tra imprese e politica, o una determinata visione del futuro dell´Italia. L´immagine di potere di Confindustria, quindi la visibilità del suo Presidente, sono il retaggio di un passato in cui l´associazione era una vera forza politica, che incideva nelle scelte del Paese. E della forza politica aveva le caratteristiche: un gran numero di associati, partecipi e coinvolti; una capillare organizzazione territoriale; una grande macchina burocratica a Roma, ingenti risorse e una presenza cospicua nell´informazione. Caratteristiche necessarie a fronteggiare un sindacato confederale strutturato in modo analogo. Per questo, la concertazione con le "parti sociali" su qualsiasi norma in tema di economia è divenuta una prassi vincolante, quasi fosse un dettato costituzionale. Era, questo, un bipolarismo funzionale in un´epoca in cui le grandezze macroeconomiche (inflazione, salari, tasso di cambio, ammontare del credito, tassi di interessi, deficit pubblico, debito, pressione fiscale) e la distribuzione del reddito (svalutazioni, indicizzazioni, pensioni, sussidi, tariffe e regolamentazione) erano decise entro i confini nazionali, c´erano barriere ai movimenti di capitale e la presenza diretta dello Stato nell´economia e nel sistema bancario era pervasiva. Ma con l´avvento dell´Euro, quasi tutto è deciso altrove; regole e struttura dei mercati sono perlopiù dettate da Direttive europee; banche, Borsa e finanza sono integrati in un mercato globale dei capitali. Se abbiamo riformato le pensioni in pochi giorni dopo anni di sterili confronti con le "parti sociali" è perché altrimenti lo Stato avrebbe rischiato il default. E a cosa vale sviscerare ogni minima dichiarazione di sindacati, imprenditori e politici quando, per capire quale sarà l´evoluzione del mercato del lavoro, basterebbe leggere l´intervista di Draghi al Wall Street Journal: «Il modello sociale europeo è già finito.» Il ruolo di Confindustria sarà sempre più confinato all´attività di lobby tesa a condizionare l´allocazione tra le imprese di risorse pubbliche sempre più scarse; e una regolamentazione sempre più entro i binari decisi a Bruxelles. Inoltre, l´attività di lobby è più efficace se fatta dai singoli interessi, più che da un unico soggetto che pretende di rappresentarli tutti: la liberalizzazione dei trasporti avvantaggia chi li usa, ma non chi li offre; i sussidi all´energia fanno bene a chi la produce, ma non chi la compra; e gli interessi di una multinazionale non coincidono con quelli dell´impresa locale. A Confindustria rimarrà anche la negoziazione con il sindacato, che però interessa poco ai tanti associati che hanno meno addetti del necessario per la rappresentanza, e a quelli in grado di delocalizzare. Senza contare le divergenze interne sulla contrattazione a più livelli. Come i partiti tradizionali, Confindustria ha perso rappresentatività, potere e quindi identità. Discorso analogo per i sindacati. Quanti italiani si sentono veramente rappresentati dalle "parti sociali"? Certo, il Presidente di Confindustria gode ancora di una visibilità da primo ministro. Da qui, l´interesse mediatico. Ma quando Mario Monti annuncia che le riforme si faranno, con o senza le "parti sociali", non dice niente di rivoluzionario: sta solo rappresentando la realtà a un Paese che si rifiuta di vederla.