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 2012  febbraio 25 Sabato calendario

WASHINGTON —

Sindaci e sceriffi d’America si vantano di aver diminuito il crimine. Le statistiche danno loro ragione. Merito della «tolleranza zero», di pene severe e approccio duro. Così può capitare — e capita non di rado — che anche i bambini siano trattati alla stregua di banditi incalliti. La storia di Kim — nome di fantasia —, 9 anni, è la parabola drammatica di come la legge non sia affatto flessibile e vada avanti incurante delle polemiche, a tratti forti.
Kim è comparso nel tribunale per minori a Port Orchard, Stato di Washington, costa ovest degli Stati Uniti. Lo hanno portato in aula con la tuta arancione dei detenuti. Sì, ne hanno anche di quella taglia. Kim piangeva, consolato dal papà Jason, amorevole in questa situazione ma per troppi anni assente. Se il figlio è finito dei pasticci è anche colpa sua. Il bambino è accusato di aver ferito con un colpo di pistola la compagna di scuola Amina, ora in gravi condizioni. Uno sparo accidentale. Kim ha sottratto l’arma in casa della mamma, l’ha infilata nello zaino e poi è andata a scuola. Quando è arrivato in classe ha fatto un gesto tipico dei ragazzini. Ha lanciato la cartella per terra ed è partito il colpo che ha raggiunto la coetanea allo stomaco. La maestra ha avvertito la sicurezza interna ed è poi arrivata la polizia che ha arrestato Kim. Qualche minuto dopo era al commissariato, dove ha raccontato la sua storia che deve essere sembrata una brutta favola. Cinque giorni prima, Kim aveva avvisato gli amici: verrò in classe con «la pistola di papà» e poi scappo. Promessa di bambino, ma promessa mantenuta. Un gesto che ha sconvolto la sua esistenza e quella della piccola Amina.
Quella di Kim è una famiglia «difficile». La mamma ha problemi di droga e precedenti penali. Il padre ha denunce per aggressione. Comportamenti che hanno influito non poco su Kim e le due sorelle, costretti a vivere per molto tempo con la nonna. Poi, quando nel 2010 questa è deceduta, sono «passati» con lo zio. E vivono sotto lo stesso tetto con il papà, anche se lui ha rinunciato alla patria potestà sui figli. Non è in grado di assicurarla e forse non ne ha neppure voglia. Atteggiamenti irresponsabili condivisi anche dalla madre di Kim. È lei che ha lasciato la pistola incustodita in un armadio. Ed è lì che l’ha presa il bimbo.
Applicando in modo ferreo le regole, la polizia ha trasmesso gli atti alla Procura e Kim è comparso davanti al giudice. Decisione che ha sorpreso qualche commentatore: «Ma come è stato possibile. Trattato come fosse un serial killer». E per il bambino è stato uno choc. Il giudice gli ha chiesto: «Sai leggere?». E lui, spaesato, ha guardato il padre e il suo legale, poi ha risposto: «Ho qualche problema». Parole accompagnate dalle lacrime. Dopo il breve scambio, il giudice ha imposto un cauzione di 50 mila dollari. I familiari l’hanno pagata e Kim, quando fuori era ormai buio, è tornato a casa. Agli arresti domiciliari. In attesa che la giustizia faccia il suo corso. Uscito dagli uffici di polizia il papà, confermando tutto quello che si può pensare sul suo conto, ha detto: «Kim è bravo, gli piace il football. Ha fatto solo uno sbaglio». Poi ha negato che la calibro 45 fosse sua, forse — ha ipotizzato — è di qualche amico di mia moglie».
In base alla legge un minore tra gli 8 e i 12 anni può essere incriminato. A una condizione: che l’accusato sia in grado di capire che ciò che stava facendo era sbagliato. Se riconosciuto colpevole può essere condannato a una pena complessiva che prevede 30 giorni di cella in un riformatorio, un anno di libertà vigilata e 150 ore di servizio alla comunità. Non dovrebbero rischiare nulla, invece, gli adulti. Lo Stato di Washington non ha adottato la legge che punisce chi lascia incustodite le armi. A meno che il giudice non trovi un modo per incriminarli.