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 2012  febbraio 25 Sabato calendario

Perché rischiano Mirafiori e Grugliasco - È sempre più difficile fare previsioni sul fu­turo del mercato europeo dell’auto

Perché rischiano Mirafiori e Grugliasco - È sempre più difficile fare previsioni sul fu­turo del mercato europeo dell’auto. Le vendite languono e le agenzie di rating, Fitch nel caso, mettono in guardia i costruttori di grandi volu­mi come Fiat, Renault, Peugeot e Citroën: «I mi­glioramenti sui costi e i processi di produzione registrati dopo la crisi del 2008/2009, potrebbe­ro non essere sufficienti per risolvere le que­stioni fondamentali di sovraccapacità non af­frontate e una redditività bassa, o anche negati­va, nei mercati strategici europei». Urge, a que­sto punto, ripensare le strategie industriali per scongiurare provvedimenti drastici, come la chiusura di impianti, per altro già ventilati in Francia (Psa) e Germania (Opel). Sergio Mar­chionne, amministratore delegato di Fiat e Chrysler, sembra aver trovato il sistema di aggi­rare questo rischio, «nell’interesse della Fiat e del Paese»,come ha puntualizzato nell’intervi­sta rilasciata al Corriere . L’asso nella manica, in questo caso, si chiama guarda caso Ameri­ca: dare infatti agli stabilimenti italiani la mis­sion di produrre per esportare oltre l’Atlanti­co, sarebbe per il top manager il salvagente per gli impianti della penisola. Allo stesso tempo, però, dopo aver assicurato che «tutti gli stabili­menti staranno al loro posto», Marchionne scopre il retro della medaglia: «Abbiamo tutto per riuscire a cogliere l’oppor­tunità di lavorare in modo competitivo anche per gli Usa, ma se ciò non accadesse dovremmo ritirarci da due si­ti dei cinque in attività». Tan­to è bastato, proprio nelle ulti­me righ­e della lunghissima in­tervista al quotidiano, per sca­tenare nuove polemiche e da­re il via al solito «toto fabbri­ca ». Partiamo da quest’ulti­mo aspetto. A rischiare, se­condo alcuni sindacalisti, potrebbero essere, in particolare, due impianti, quelli più sbilan­ciati verso gli Stati Uniti: Torino-Mirafiori, che dal prossimo anno inizierà a produrre lo sport utility di taglia compatta Jeep (questi modelli vanno di gran moda e occuperanno un ampio spazio all’imminente Salone di Ginevra)e,suc­cessivamente, il «gemello» targato Fiat; e Gru­gliasco, sempre nell’area torinese, dove nel 2013 nascerà la Maserati «baby», cioè di seg­mento E, pure destinata in larga parte al merca­to statunitense. Anche Cassino potrebbe esse­re preso in considerazione, se sarà confermata la sua nuova mission Alfa Romeo. Quello di Marchionne, comunque, non è stato l’annuncio di chiusura di due fabbriche, ma l’avverti­mento - l’ennesimo, ma anco­ra più concreto ( l’ad ha ricorda­to il film «La scelta di Sophie»), viste le prospettive del mercato europeo- che se non si creeran­no le condizioni di competitivi­tà attese, il destino per due siti risulterà segnato. «Sapete perché - spiega - gli Usa funzionano con un costo orario più alto di quello italiano? In quanto si utilizzano in mo­do pieno e flessibile gli impianti. L’Italia deve tenerne conto». Resta da vedere quale atteggia­mento terrà l’azionista (gli Agnelli), nella ma­laugurata ipotesi che al centro delle chiusure ci fossero i siti torinesi. A uscire dal coro delle critiche al monito di Marchionne è la Fismic di Roberto Di Maulo: «Noi stiamo lavorando per una maggiore produttività agli impianti».