Stefano Feltri, il Fatto Quotidiano 25/2/2012, 25 febbraio 2012
LA FINE DEL BLUFF
Il bluff di Sergio Marchionne, amministratore delegato della Fiat, è durato due anni. Dalla presentazione del piano “Fabbrica Italia” del 21 aprile 2010 all’intervista rilasciata ieri a Massimo Mucchetti del Corriere delle Sera in cui al posto dei 20 miliardi di investimenti promessi c’è l’annuncio della chiusura di due stabilimenti italiani. Quasi certamente quelli di Cassino (Frosinone) e quello di Atessa (Chieti), visto che Melfi è redditizio, Pomigliano è stata appena rifatta e a Mirafiori un minimo di produzione è confermata. Marchionne non svela le vittime, ma cita il film La scelta di Sophie in cui una madre deve indicare a un nazista quale figlio scarificare. Con il manager che ricopre al contempo il ruolo della madre e del nazista.
L’ANALISI del capo azienda di Fiat e Chrysler è la seguente: serve l’indebolimento dell’euro rispetto al dollaro per far ripartire le esportazioni dall’Europa verso gli Stati Uniti e soprattutto “servono costi competitivi” e far funzionare “in modo pieno e flessibile gli impianti” come succede negli Stati Uniti. “Se non funzionassero le esportazioni verso gli Usa, quanti sarebbero i siti eccedenti?”, chiede Mucchetti. Risposta di Marchionne: “Tutti gli stabilimenti staranno al loro posto. Abbiamo tutto per riuscire a cogliere l’opportunità di lavorare in modo competitivo anche per gli Stati Uniti, ma se non accadesse dovremmo ritirarci da due dei cinque siti in attività”.
PER LA PRIMA volta Marchionne affida il destino del Lingotto in Italia non ai comportamenti dei sindacati, e della Fiom nello specifico, ma alle condizioni macroeconomiche, all’andamento del mercato. E finora Marchionne non si è dimostrato un buon chiaroveggente sulle tendenze del settore. Nel 2010, nel piano Fabbrica Italia, prevedeva che i volumi di vendita europei sarebbero tornati ai livelli pre-crisi, cioè 16 milioni di vetture all’anno, nel 2014. “Invece la ripresa c’è stata solo negli Stati Uniti dove si è passati dai 16 milioni del 2008 a 11 e ora siamo a 13. In Europa il crollo è costante, non si intravede alcuna ripresa e le politiche di austerità di questa fase peggioreranno la situazione”, spiega Giuseppe Berta, storico dell’economia della Bocconi e autore di Fiat-Chrysler e la deriva del-l’Italia industriale (Il Mulino). La ripresa degli Stati Uniti, inoltre, passa più per il mercato interno che per le importazioni, crollate del 33 per cento nel 2009 e mai tornate ai livelli pre crisi (7,3 milioni di veicoli importati). Le 500 (prodotte in Messico) si sono rivelate un flop nel mercato statunitense: nel 2001 ha venduto meno della metà di quanto previsto dal budget.
E non si può certo fare affidamento sul mercato dell’Italia: qui la Fiat ha immatricolato 363.017 auto nel 2011 contro le 450.793 del 2010, un tracollo del 20 per cento in un anno. “In Europa c’è un eccesso di capacità produttiva, negli stabilimenti europei si possono costruire fino a sei milioni di vetture. Ma la domanda c’è in tutto il mondo tranne che in Europa”, dice Alessandro Penati, economista della Cattolica.
NONOSTANTE il disastro delle immatricolazioni italiane, Sergio Marchionne, che ha beneficiato di aiuti pubblici prima negli Stati Uniti (prestiti agevolati per la Chrysler, poi in Serbia (sussidi), dice di non volere incentivi alla rottamazione dal governo Monti: “È vero, in passato li abbiamo chiesti . E abbiamo fatto male. Anche perché hanno sostenuto al 70 per cento le vendite dei concorrenti”. Peccato che, stando alle indiscrezioni delle scorse settimane, il sottosegretario alla Presidenza del Consiglio Antonio Catricalà stava proprio lavorando a un progetto di sostegno al settore. Forse la trattativa è saltata, oppure Marchionne non vuole che si dica che è la Fiat ad averli richiesti. Senza incentivi, con la prospettiva di un tracollo ulteriore in Italia e in Europa, Marchionne promette comunque nuovi investimenti sulle fabbriche che per sua stessa ammissione non sono competitive: “Nel 2012 investiremo oltre 7 miliardi, ma senza aumentare il debito. Useremo semmai un po’ della nostra liquidità”. E di liquidità il gruppo ne ha tanta, tantissima. Tanto che sul Corriere Mucchetti obietta al manager: “Vedere tanta liquidità ferma in un Paese che ha avuto la Parmalat...”, alludendo alla strana pratica del gruppo di Calisto Tanzi che si indebitava pur vantando (falsi) depositi miliardari in banche americane. “Ma come si permette?”, replica Marchionne. La sua spiegazione è che in tempi di stretta creditizia, con le banche che sono molto restie a prestare denaro e lo fanno solo a tassi elevati, è meglio avere risorse proprie pronte. Anche al prezzo di rinunciare ai rendimenti che potrebbero dare se investiti. “Le imprese industriali si finanziano col circolante e devono mantenere i finanziamenti dei crediti al consumo, o si blocca tutto”, spiega il professor Penati.
CI SONO REAZIONI, come ovvio, all’intervista di Marchionne, la Fiom trova conferma dei peggiori timori e il Pd si preoccupa. Il governo per ora non si muove. Alcune settimane fa il ministro del Welfare Elsa Fornero aveva accennato al desiderio di incontrare l’amministratore delegato che aveva risposto: “Non ho nulla da negoziare. Non ho chiesto nulla, non ho chiesto supporto finanziario e non ho chiesto incentivi. Ho solo chiesto pace fra le parti per farci lavorare”. Chissà se l’annuncio della chiusura di due stabilimenti spingerà la Fornero a una convocazione formale per capire meglio i piani dell’ad.