Questo sito utilizza cookies tecnici (propri e di terze parti) come anche cookie di profilazione (di terze parti) sia per proprie necessità funzionali, sia per inviarti messaggi pubblicitari in linea con tue preferenze. Per saperne di più o per negare il consenso all'uso dei cookie di profilazione clicca qui. Scorrendo questa pagina, cliccando su un link o proseguendo la navigazione in altra maniera, acconsenti all'uso dei cookie Ok, accetto

 2012  febbraio 25 Sabato calendario

ROMA —

Le Province ridimensionate — secondo lo schema di disegno di legge approdato ieri in Consiglio dei ministri per l’«esame preliminare» — «tutto sommato lasciano più spazio alle Regioni e ai Comuni. Ma il vero banco di prova ci sarà dopo l’estate quando, con le leggi regionali, si stabilirà se mantenere o trasferire le funzioni di questo organismo intermedio. Funzioni che riguardano, depurate di compiti minori, le scuole, le strade, i rifiuti: e sarà interessante capire, con un occhio rivolto alla pessima prova fornita dalle Province campane contro quella di Napoli, se verrà passato alle Regioni il compito di individuare i siti delle discariche. Ma c’è da riflettere anche sugli edifici scolastici che dovrebbero passare tutti sotto il controllo dei Comuni: basta pensare al caso di Lampedusa, dove la gestione quotidiana del locale istituto superiore, affidata ad un ufficio di Agrigento, dipende comunque dalle condizioni del mare...».
Per il professore Augusto Barbera, docente di diritto costituzionale all’Università di Bologna, il cambio di marcia sulle Province da solo non basta: «Mi chiedo, per esempio, se questa è una soluzione transitoria, in attesa della riforma costituzionale, oppure rappresenta l’assetto definitivo».
Professore, perché teme che il provvisorio diventi definitivo?
«Basta ricordare il caso siciliano. Nel 1947, lo Statuto siciliano prevedeva l’abolizione delle Province che poi, per tutti questi anni, sono sopravvissute sotto forma di province regionali invece di trasformarsi in liberi consorzi di Comuni, secondo la definizione di Luigi Sturzo».
Si riparla di abolizione delle Province nel 1970 quando nascono le Regioni a statuto ordinario.
«Ricordo lo scambio di lettere che ci fu tra La Malfa e Berlinguer: il primo spingeva per la cancellazione immediata delle Province mentre il segretario del Pci chiese ed ottenne di attendere una fase di assestamento delle Regioni».
Ora lei ritiene sufficiente la soluzione adottata dal governo Monti?
«In realtà sarebbero da ripensare tanti altri enti: penso ai consorzi di bonifica, alle comunità montane e, non da ultimo, anche alle stesse camere di commercio. Queste ultime hanno infatti una doppia natura, di vigilanza e di rappresentanza periferica, collegata al ministero delle Attività produttive. Le camere di commercio, poi, possono contare anche sul gettito delle tasse, cosidette camerali, pagate da imprenditori, commercianti e artigiani».
Con il ridimensionamento delle Province rischia anche un ceto politico che in quelle istituzioni è cresciuto?
«È vero, c’è un ceto politico che naturalmente resiste ai cambiamenti: ma va detto anche che spesso quel ceto politico è di ottimo livello. Parlo di risorse umane e professionali di qualità che non andrebbero sprecate e, anzi, utilizzate al meglio. Mi riferisco a Beatrice Draghetti a Bologna, a Nicola Zingaretti a Roma, ad Antonio Saitta a Torino».
La Provincia, intesa come ripartizione napoleonica del territorio, è ormai roba da libri di storia?
«Lo Stato sta ripensando le sue articolazioni periferiche dopo il varo del Testo unico del 2000 che, di fatto, ha reso non necessaria la coincidenza tra ufficio periferico statale e ambito provinciale: così la Banca d’Italia ha chiuso molte sedi e lo stesso ha fatto il Tesoro mentre l’Inps ha dovuto ramificarsi a livello sub-provinciale. E anche i partiti politici, che avevano i punti di forza della loro ramificazione nel livello provinciale della federazione, si dovranno adeguare. Valorizzando la dimensione regionale e quella di collegio uninominale».
Dino Martirano