Michele Farina, Corriere della Sera 25/02/2012, 25 febbraio 2012
«ORA CI SARA’ IL RITIRO USA E FINIREMO NEL BARATRO» —
Abdul Sabor Sakhizada avrebbe voluto seguire i tacchetti dei suoi idoli: Buffon e Casillas. Cinque anni fa, dice con orgoglio, era il portiere della misconosciuta nazionale afghana, anche se una partita vera non l’ha mai giocata. Tanti allenamenti e poi l’addio al calcio in vista di un lavoro meglio pagato: interprete Nato. Abdul ha 28 anni e ora segue gli anfibi del capitano Joe Fritze a Camp Julien, centro di addestramento dell’esercito afghano sulle colline a 16 chilometri da Kabul, proprio sotto il «Palazzo della Regina» costruito negli anni 20 per la famiglia reale e adesso abbandonato: lì abitava il presidente Hafizullah Amin quando i commando russi lo fecero fuori nel primo giorno dell’invasione sovietica del 1979. Il capitano Fritze usa la stessa parola, «invasione», per indicare la guerra americana che portò alla caduta dei talebani nel 2001. Molti afghani sarebbero d’accordo con questa espressione: «Dieci anni fa la popolarità degli stranieri era alta — racconta al Corriere Najib Manalai, consulente del governo —. Ma ora quel patrimonio di fiducia è stato in gran parte dilapidato». L’ex portiere Abdul guarda al futuro con ottimismo («sperando che non tutti gli stranieri vadano via»). Il capitano Fritze dice che l’atteggiamento della gente è diviso a metà: «Il 50% vorrebbe che ce ne andassimo, l’altro 50% che restassimo ancora un po’».
Un sondaggio fatto oggi sarebbe meno clemente. La rabbia popolare per i Corani bruciati aggiunge benzina a una delusione ormai sedimentata. L’avvicinarsi della deadline del 2014 e gli annunci di ritiro accelerato delle forze internazionali sono percepiti con un certo sarcasmo anche ai piani alti del governo afghano: «Quando sono arrivati ci hanno fatto un sacco di promesse — dice il ministro degli Esteri Zalmai Rassoul, seduto in un salottino accanto al suo ufficio nel centro di Kabul —. Distruggeremo Al Qaeda e i talebani, dicevano. Il lavoro non è finito ma adesso ci dicono che è arrivato il momento di togliere le tende». Rassoul, 77 anni, viso liscio ed eleganza occidentale, ha studiato medicina ed è stato a lungo consigliere per la Sicurezza Nazionale del presidente Karzai: «Com’è possibile che l’esercito più potente del mondo in dieci anni non abbia sconfitto un branco di talebani?». Semplice, perché Washington non ha messo con le spalle al muro il Pakistan: «Senza l’appoggio di Islamabad i talebani non resisterebbero un mese». Per il ministro la minaccia alla sicurezza internazionale rappresentata dal Pakistan oggi è «dieci volte superiore a quella dell’Afghanistan al tempo dei talebani». Poi c’è il problema dei soldi, chi pagherà per le forze di sicurezza afghane dopo il 2014 (attualmente Kabul concorre per il 12% circa). Se ne discuterà al summit Nato di Chicago a maggio ma il piatto piange: si parla del 3 o 4% del bilancio della missione Isaf (150 miliardi di dollari all’anno). «Stiamo discutendo un accordo di partnership strategica con gli americani, durata dieci anni. Ma intanto non abbiamo nemmeno l’aviazione. Dobbiamo rifornirci di caccia da russi e cinesi? Ce lo dicano».
Nel salottino di Rassoul ci sono cinque giornalisti stranieri. Al loro accompagnatore Nato, una capitana americana alta uno e 90, qualche ora dopo arriva un sms dal portavoce: non è che qualcuno dei giornalisti si è preso per sbaglio il cappotto del ministro? Durante l’intervista qualcuno gli ha rubato il paltò e lui ha pensato agli stranieri. In fondo anche Najib Manalai, il consulente del governo, ritiene che la corruzione all’interno della missione internazionale sia stata in questi anni «più significativa» di quella attribuita «giustamente» alle autorità afghane. Diffidenza, stanchezza, accuse reciproche. Se dite al ministro della Difesa Abdul Rahim Wardak che l’opinione pubblica in Occidente non ne può più di questa guerra, lui reagirà con una stizzita lezione di storia. «Anche noi afghani siamo stanchi. Combattiamo da 30 anni. Abbiamo perso 2 milioni di vite combattendo l’occupazione russa. Il resto del mondo ha prosperato perché noi abbiamo tolto dalla circolazione migliaia di tank russi. Siamo stati noi a dare il via alla distruzione dell’impero sovietico che ha portato alla fine della Guerra Fredda. Così voi in Occidente vi siete dedicati alla crescita economica, avete prosperato». Come dire: il vostro aiuto attuale è un risarcimento. «E poi gli americani non sono venuti qui perché ci amano. Sono venuti a difendere se stessi». Adesso che il capo di Al Qaeda è stato eliminato, «la Nato ci aiuti a fare il nostro lavoro. Dia una parte dei risparmi ottenuti con il ritiro. Un soldato Nato costa come 70 soldati afghani». Wardak pensa al 4% della spesa della missione: 6 miliardi di dollari che permetterebbero di mantenere l’esercito ai numeri attuali di 320 mila effettivi, mentre a Parigi e a Washington pensano che un esercito così numeroso costi troppo e vorrebbero ridurlo a 230 mila unità. «Sappiamo come combattere — dice Wardak — Da Alessandro Magno ai sovietici, abbiamo sconfitto molti imperi. Questa è la prima volta che truppe stranieri combattono al nostro fianco. Vogliamo ristabilire l’orgoglio nazionale».
Ritiratevi pure, ma avete l’«obbligo morale» di sostenerci. Anche perché la guerra vera ai talebani «è cominciata soltanto nel 2008-2009 — dice Wardak — Prima la minaccia era stata sottovalutata». Una nuova stagione di guerra (che qui va da marzo a ottobre) sta per cominciare. I talebani cercano di sfruttare l’ondata di proteste causata dalla distruzione dei Corani nella base di Bagram. All’interno della saletta «Milano» del quartier generale Isaf, il generale britannico David Hook fa una radiografia del nemico dopo «il riposo invernale». Hook guida il programma di Reintegrazione dei talebani che decidono di smettere di combattere (finora qualche centinaio): «L’80% dei rivoltosi è composto da locali che operano a non più di 20 km dal loro villaggio. La stragrande maggioranza non è mossa da motivazioni ideologiche» (il ministro Rassoul la pensa all’opposto). Perché combattono? «Ragioni economiche, contrasti locali per la terra e l’acqua, corruzione dei pubblici funzionari, faide tribali». Quanti sono? Hook dice che non ha molta importanza: «Ogni anno 250mila ragazzi pashtun (l’etnia dei talebani, ndr) raggiungono l’età per combattere. Che è di circa 14 anni». Come dire: le reclute potenziali sono tante. Per «motivarle» — bruciando libri sacri — non poteva esserci momento peggiore.
Michele Farina