Edmondo De Amicis, Libero 24/2/2012, 24 febbraio 2012
D’ANNUNZIO IN FUGA DALLA GLORIA MONDANA
Pubblichiamo ampi stralci del capitolo «Gabriele D’Annunzio» tratto dal volume di Edmondo De Amicis Ritratti letterari (a cura di Giovanni Puglisi, Bompiani, collana “Gli anelli mancanti” – in collaborazione con Università IULM, pp. 268, euro 13). Il ritratto del Vate uscì per la prima volta sulle pagine de «La Tribuna» di Roma il 10 giugno 1902.
Quando nel gennaio scorso l’editore Treves m’invitò a far colazione all’Albergo d’Europa con lui e col D’Annunzio, ch’era venuto a Torino per la Francesca, nell’atto del rispondergli feci un conto mentale che mi lasciò stupito. Erano diciannove anni che non rivedevo Gabriele, quasi altrettanti di quelli ch’egli aveva quando c’eravamo incontrati a Roma nell’ufficio della «Cronaca Bizantina». E benché conoscessi dai ritratti il D’Annunzio maturo, calvo e sfiorito, nondimeno, quando picchiai all’uscio del suo salotto dell’Europa, dov’egli m’aspettava, mi parve che dovesse riapparirmi dinanzi quel bel viso di ragazzo, coronato di capelli ricciuti, fresco e luminoso di allegrezza e di speranza, al quale nessuna delle sue immagini del tempo recente s’era potuta sovrapporre nella mia memoria. Perciò, al primo rivederlo, quasi non lo riconobbi, e ne ebbi un senso di maraviglia vivo e triste, come d’una persona invecchiata ad un tratto da una malattia terribile. Avevo anche dimenticato il suono della sua voce. Fu per me come il trovarmi davanti a uno sconosciuto. Dopo qualche minuto soltanto, riconobbi il suo sorriso, che aveva ancora, come diciannov’anni addietro, la grazia d’un sorriso di donna. (...).
GRANDE PARLATORE
Parla con voce esile, un po’ velata, con un leggiero accento meridionale e una cadenza leggermente monotona; ma con pronunzia, salvo le aspirazioni, quasi prettamente toscana. Ma la forza del suo discorso deriva dalla mirabile ricchezza, delicatezza e proprietà del linguaggio, dall’arte finissima di dar valore a ogni parola, di dire le cose più comuni come le più difficili in modo che vi penetrano e vi s’imprimono nel cervello come se egli ve le segnasse con la penna, di rappresentare quello che dice non solo con le parole e con le frasi, ma anche col suono della voce, coi movimenti delle labbra, con gli atti della mano, con l’espressione dello sguardo. (...). In verità, non potrei dire di non aver mai inteso altri parlar così bene; ma bene in quella forma, con un’arte così varia e sottile, e che desse a sentirlo un diletto così squisito, nessuno. (...).
A questo proposito rammentò alcuni dei prosatori che gli paiono più degni di studio; fra i quali il Tommaseo, che possedette il magistero della lingua e dello stile come pochissimi del suo secolo, e che, a suo giudizio, non occupa nell’estimazione della posterità il posto che merita. Poi disse parole calde e belle del Machiavelli, che egli ammira sopra tutti, e che vorrebbe fosse studiato con passione dai giovani, anche come maestro di prosa eloquente. – Che maraviglioso scrittore! Per me egli è una mente, un’anima, un artista fiammeggiante. La sua prosa mi brucia. È un colosso di forza e di bellezza. È una giovinezza immortale. Ma noi lo vediamo a traverso al «machiavellismo», che ci altera i contorni della sua figura, come vediamo a traverso il «petrarchismo » il Petrarca, che però ci appare rimpicciolito e velato. – E del Petrarca si professò innamorato ardentissimo. Quello che di lui e del Machiavelli gli pare che si possa dire anche di Dante, dal quale ci allontana l’insegnamento scolastico, che dovrebbe invece ispirarcene l’adorazione. E a lui pure fece la scuola quest’effetto, ch’egli risentì fino all’età matura, poiché non son che pochi anni che, leggendo la Divina Commedia, a Corfù, in un bosco d’ulivi, in faccia al mare, profondamente raccolto, ebbe la prima rivelazione del poeta, lo vide per la prima volta nudo e luminoso nella sua vera grandezza.
Gli domandai se la politica, d’ora innanzi, l’avrebbe più distratto dall’arte. – Non me ne distrasse mai – mi rispose – poiché arte e politica non furono mai disgiunte nel mio pensiero né compresi mai come si potessero disgiungere. (...).
Gli domandai perché non si fosse ripresentato. Era il perché di molti altri: perché molti dei suoi elettori avevano un concetto dell’ufficio di deputato troppo diverso dal suo: quello che il rappresentante d’un collegio dovesse spendere tutto il suo tempo e tutte le sue forze a benefizio dei singoli cittadini che gli hanno dato il voto: concetto tanto più funesto nel caso suo in quanto era legato, nella immaginazione dei più, a un’idea iperbolica della sua potenza. (...).
FAVORI IMPOSSIBILI
Gli piovevan sul capo ogni specie di domande di favori impossibili, come se la sua penna di poeta fosse reputata una bacchetta magica, di cui bastasse un cenno a far votare leggi dal Parlamento e firmar decreti dai ministri. Popolazioni buone e semplici, d’intelligenza aperta e viva; ma vissute finora quasi fuori della vita nazionale, e alcune in una solitudine intellettuale così fatta, che non è raro il trovarvi chi non sa ancora che regni in Italia la Casa di Savoia, come non vi son rari coloro per i quali, oltre l’Italia, non esiste altro paese al mondo che la Francia. (...). – Voi comprendete – disse – che essendomi dedicato al teatro sono costretto a rinunciare alla mia vita ideale, che sarebbe di passar tutto l’anno nella quiete della campagna... Ne dubitate? Capisco. Deve parer strano anche a voi che dica d’aspirare con tutta l’anima alla vita solitaria uno che è considerato generalmente non solo come un cittadino raffinato, ma corrotto, anzi putrefatto. Ma questa opinione non può aver di me che chi non mi conosce. La verità è l’opposto. Io mi sento come esiliato in città; io sono un malato incurabile di nostalgia della vita campestre; la mia terra promessa è la terra verde. (...).
Quando la nostra conversazione finì, ricevette, e in pochi minuti entrarono molti, fra cui alcune signore. E allora osservai la cortesia signorile dei modi, l’amabilità gioconda e disinvolta, scevra d’ogni affettazione e d’ogni sforzo, benché palesemente voluta, che usava con tutti, e riconobbi certi atteggiamenti e mosse del D’Annunzio antico, che m’eran rimaste come nascoste nella memoria. Le sue maniere corrispondevano mirabilmente al suo stile. Egli portava il manto reale della celebrità come se fosse nato sul trono, con dignità semplice e gentile. A guardarlo in quei momenti mi parve quasi che fossero d’un altro D’Annunzio le pagine e le strofe nelle quali aveva offeso la dignità dell’arte altissima che gli diede la gloria: non vidi più in lui che il D’Annunzio delle pagine più splendidamente pure dell’opera sua.
LETTERA DI CONFORTO
Per accomiatarmi lo condussi in disparte. Gli dovevo esprimere la mia profonda gratitudine per una lettera di conforto ch’egli aveva scritto a una madre sventurata nei giorni più terribili della mia vita: una delle cose più belle e più nobili che siano uscite dalla sua penna. Lo ringraziai, e dopo avergli ripetuto quello che già sapeva, che il povero giovine da lui compianto era un ammiratore appassionato della sua poesia, gli dissi ancora, sforzando la voce che mi tremava, quale era il verso suo ch’egli soleva ripetere più di frequente: la chiusa d’un sonetto descrittivo sul tramonto: E il cielo è più divino e più lontano.
Per tutta risposta egli mi tese vivamente le mani, e nella commozione d’un affetto quasi paterno che provai per lui in quel punto, dimenticai il D’Annunzio maturo: mi parve di sentire sotto le mie labbra la fronte di Gabriele ventenne, calda di vita e di speranze, come era quella ch’io non posso più baciare che in sogno.
Edmondo De Amicis