FABIO MARTINI, La Stampa 24/2/2012, 24 febbraio 2012
Tre cerchi magici Ecco la task force del Professore - Per ora il Professore sembra aver resistito alla sirena autocelebrativa dei «cento giorni», ma ogni tanto nelle chiacchierate private non dispiace a Mario Monti fare un primo bilancio: «Decisionista? Sì, anche perché non avevo alternative», «per tanti anni i governi che ci hanno preceduto, erano stati troppo buonisti» e d’altra parte «se noi avessimo tentato di essere più simpatici, avremmo fatto il male dell’Italia»
Tre cerchi magici Ecco la task force del Professore - Per ora il Professore sembra aver resistito alla sirena autocelebrativa dei «cento giorni», ma ogni tanto nelle chiacchierate private non dispiace a Mario Monti fare un primo bilancio: «Decisionista? Sì, anche perché non avevo alternative», «per tanti anni i governi che ci hanno preceduto, erano stati troppo buonisti» e d’altra parte «se noi avessimo tentato di essere più simpatici, avremmo fatto il male dell’Italia». Quello dei primi cento giorni non è soltanto un giochino dei massmedia. Da Franklin Delano Roosevelt in poi si è capito che quasi tutti i governi concentrano nell’incipit il meglio di sé, o quantomeno esprimono l’essenza e l’identità del premier e della squadra. In cento giorni il professor Mario Monti, chiamato alla prova dell’operatività, ha messo in fila una striscia di provvedimenti, concentrati in un lasso ristretto di tempo, alcuni dei quali rinviati da anni. Per dirla con la lettura (in chiave freudiana) di un simpatizzante come il senatore del Pd Giorgio Tonini, già presidente della Fuci, «con Monti la politica italiana è passata dal principio di piacere al principio di realtà, dal “mi piacerebbe ridurre le tasse”, alla presa d’atto di una situazione drammatica, con l’indicazione di vie d’uscita dolorose, concrete, immediate». Nei primi cento giorni Mario Monti ha messo tutto il suo «patrimonio» al servizio dei provvedimenti: lo stile, il network di conoscenze domestiche ed internazionali, la squadra, il metodo di lavoro. Tutto finalizzato a fare e a fare presto, anche perché - dice lui «a noi piace essere veloci nelle decisioni». Nel suo studio Mario Monti arriva presto, anche perché ha scelto di alloggiare a Palazzo Chigi. Attorno al premier si è formato quello che, in un contesto che più diverso non potrebbe, è stato definito il «cerchio magico». Due uomini e una donna, nessun bocconiano. Betty Olivi, la portavoce. Classe 1950, origini venete, ferratissima nei dossier europei, figlia di Beniamino, storico capoufficio stampa della Commissione europea (dal 1961 al 1977) e promotore di una innovazione - il briefing quotidiano - pensato in quel caso per facilitare il lavoro dei giornalisti, la Olivi nei primi cento giorni del governo è stata una portavoce di poche parole. Uno stile della casa esaltato dal giovane Federico Toniato. Trentasei anni, romano, molto cattolico, figlio di due maestri elementari, al lavoro in tram, fino a cento giorni fa silenziosissimo funzionario del Senato, «prestato» a Monti da Renato Schifani nei giorni delle consultazioni, Toniato è stato apprezzato dal futuro premier e promosso vicesegretario generale di Palazzo Chigi. Toniato tiene i rapporti con i ministri, si tiene aggiornato sullo stato di avanzamento dei provvedimenti, prepara schede sugli incontri ai quali il premier non ha partecipato. Di poche parole anche il ministro Enzo Moavero Milanesi, 57 anni, romano, già giudice presso la Corte di Giustizia europea, è lui lo sherpa di Monti che nelle capitali europee ha preparato il terreno per i successi del premier. C’è poi il secondo cerchio, cinque personalità che Monti invita a summit anche su questioni che non sono di loro stretta competenza: i ministri Corrado Passera, Pietro Giarda e Fabrizio Barca, il viceministro Vittorio Grilli e ovviamente il sottosegretario alla presidenza Antonio Catricalà. E quanto agli altri ministri, Elsa Fornero in primis, ogniqualvolta i loro dossier sono all’ordine del giorno, Monti li convoca uno alla volta, vuole conoscere i dettagli del provvedimento, li ascolta. Anche se «in cento giorni - confessa un ministro - le questioni più importanti le ha decise tutte Monti, i Consigli dei ministri sembrano dei consigli di facoltà, le diverse opinioni non diventano mai divergenze». Ma anche il celebrato stile di Monti, alla fin fine, è finalizzato ad incassare dividendi politici. Certo, gli inchini al Parlamento, i riconoscimenti a Berlusconi, l’affettata modestia, la sobrietà fanno parte della natura di Monti. Ma, a suo tempo, è stato il cancelliere Gerhard Schroeder, spossato da un lungo negoziato, a cogliere da dove venissero quelle caratteristiche: «Lei ha studiato dai Gesuiti? Sì? Ecco perché argomenta, argomenta, argomenta e non concede mai niente». Ha chiosato Monti: «Quelle capacità le avevo apprese dai gesuiti del Leone XIII di Milano dove ho studiato dieci anni». Proprio in quegli anni si impartivano agli alunni quelle regole della modestia, che sembrano ritrovarsi in Monti. La prima regola, «in tutte le azioni esteriori si veda modestia e umiltà», ma anche la seconda: «Il capo si volti leggermente in qua in là, ma con gravità».