Giulio Giorello, Corriere della Sera 24/02/2012, 24 febbraio 2012
LA SCIENZA E LO SHOW CHE AIUTA LA VERITA’
In un bel romanzo («L’energia del vuoto, Guanda) Bruno Arpaia immaginava un attacco di terroristi che al Cern di Ginevra riuscivano a falsificare alcuni risultati sperimentali screditando così quella moderna «cattedrale della scienza». Ma qui non c’è stato bisogno di qualche subdolo nemico per sconcertare tutti coloro che avevano guardato con speranza o magari con timore alla «crisi» della relatività (ristretta) di Einstein. Dal paradiso degli scienziati - dovunque esso sia - forse «zio Albert» si sarà permesso un sorriso: lui ben sapeva che alle nostre domande raramente la natura risponde con un sì chiaro; e tal talvolta anche il suo no è pronunciato sottovoce. E già Ernst Mach, fisico e filosofo che era stato uno dei punti di riferimento di Einstein, aveva chiarito, nei primi anni del secolo scorso, che un esperimento è sempre un «combattimento tra idee», da una parte l’ipotesi che si vuole mettere alla prova e dall’altra quel complesso di opinioni, aspettative, interessi ecc. che si incarnano nell’apparato osservativo. Che Mach ed Einstein avessero visto giusto doveva provarlo nel Novecento proprio la caccia ai neutrini. La storia di grandi delusioni e insperati successi è ora raccontata da Frank Close nel recentissimo «Neutrino» (ed. Raffaello Cortina). Ma che si sbagli non solo nella teoria ma anche nella pratica osservativa e sperimentale è storia ben più antica. Nel Cinquecento il fatto che a occhio nudo non si osservassero le fasi di Venere era considerata una prova che l’ipotesi di Copernico non aveva alcuna realtà fisica. Ma poi venne (1611) Galileo con il suo cannocchiale a mostrare che Venere, «il pianeta degli amori», si comportava proprio come la nostra luna. Tempo dopo per spiegare le irregolarità dell’orbita del pianeta Urano l’inglese Adams e il francese Leverier avevano ipotizzato un nascosto «pianeta perturbatore»: ma fecero conti con troppe semplificazioni. Il pianeta «malfattore» doveva però essere identificato nel 1846 dagli astronomi di Berlino, e battezzato Nettuno. All’espediente Leverier ci aveva preso gusto. Doveva infatti ricorrere a un nuovo pianeta perturbatore, che battezzò Vulcano, per spiegare le anomalie di Mercurio. Leverier ritenne di aver scovato una traccia in una lastra fotografica. Ma si era sbagliato. Si trattava, infatti, del passaggio di un uccello inopportuno. Già allora si denunciava il sensazionalismo destato dalla pretesa scoperta di Vulcano (che non fu mai individuato).
Oggi la «beffa» dei neutrini superveloci è attribuita a una voglia di scienza spettacolo che sembra talora contrastare con la prudenza che dovrebbe caratterizzare il lavoro dello sperimentatore. E qualcuno si scaglia contro i costi della ricerca, ma non bisogna dimenticare che anche questi pretesi «scandali» stimolano la revisione dei presupposti. Come diceva nel Seicento Francesco Bacone, e come ha ribadito nel Novecento Karl Popper, la verità per emergere ha sempre bisogno di qualche errore.
Giulio Giorello