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 2012  febbraio 24 Venerdì calendario

Quelle donne vittime innocenti che muoiono in silenzio per amore - Secondo Rashida Majo, re­sponsabile all’Onu di studiare e ri­ferire il fenomeno della violenza sulle donne, in Italia il «femminici­dio » è la prima causa di morte per le donne tra i 16 e i 44 anni

Quelle donne vittime innocenti che muoiono in silenzio per amore - Secondo Rashida Majo, re­sponsabile all’Onu di studiare e ri­ferire il fenomeno della violenza sulle donne, in Italia il «femminici­dio » è la prima causa di morte per le donne tra i 16 e i 44 anni. Il termi­ne femminicidio vuole indicare, con acume onomatopeico, «la di­struzione fisica, psichica, econo­mica e persino istituzionale della donna»,solo perché donna.La no­tizia più raccapricciante è, però, che la violenza domestica, cioè in­trafamiliare, rappresenta dal 70 al­l’ 87% dei casi (una donna viene uc­cisa dal partner ogni tre giorni). Il che significa che i fenomeni di crudeltà e sopraffazione del ma­schio a danno della femmina, si sviluppano nelle relazioni nate come rapporti d’amore, nel se­greto delle case; finché i senti­menti vengono sporcati dalla cattiveria e, progressivamente, devastano i pensieri e il corpo della donna, perché l’uomo si è trasformato in persecutore e poi in assassino. A volte anche per­ché le donne, sventurate, non si rendono conto, non hanno la percezione precisa del proble­ma: subiscono torture psicologi­che, mancanza assoluta di ri­spetto, l’invasione del proprio territorio mentale, abusi quoti­diani dell’identità, convinte che accettarli in silenzio sia un sacri­ficio generoso, anzi doveroso, in nome della «famiglia». I modelli culturali, antropologici e religio­si resistono, malgrado l’evolu­zione sociale e legislativa; e intri­dono a tal punto la mente delle vittime designate che queste cre­dono, pur soffrendo, che sia nor­male il trattamento violento del partner. Che in nome dell’amo­re, mal pensato e mal compreso, non vi sia limite alla tolleranza. Fino a un lungo stupro psichico e poi alla morte. In una brutalità quotidiana che coinvolge i figli, pieni di cicatrici loro stessi e pro­babilmente contaminati dal vi­rus della violenza, perché co­stretti dalla madre, inerte, a subi­re lo scettro del potere e la frusta sanguinaria di un padre imbelle e cattivo. Nessun aiuto sociale, cultura­le o professionale può essere uti­le se la donna non ha la consape­volezza della propria dignità e di volerla riscattare, se intacca­ta. Anche una sola volta. Pur­troppo, per ignoranza o per pau­ra, o per forzata sottomissione, anche a superati progetti di vita, poi rivelatisi malsani, la donna accetta o si vergogna di raccon­tare. E così, timore, ipocrisia e perbenismo la portano a mori­re, nell’anima se non con il cor­po. La crudeltà mentale, la cattive­ria, il sadismo sono trasversali e quindi diffusi in ogni classe so­ciale ed economica. Si esprimo­no nei gesti e nelle parole e pos­sono individuarsi fin da subito; da quando solo, cioè, si è in gra­do di salvarsi la vita. Ma le vitti­me, convinte di amare «troppo» chi è in realtà il loro carnefice, as­sumono ogni giorno dosi omeo­­patiche di cattiveria, che aumen­tano progressivamente fino a provocare assuefazione. L’infe­licità e le ferite al corpo, sono quasi sempre annunci di morte: le vittime, invece, le esibiscono come prova di coraggio e di quanto si ama. Come uscirne? La sofferenza non deve diventa­re una dipendenza tossica e leta­le. Non bisogna autocompatirsi per assicurarsi un piacere malsa­no. Bisogna cambiare la prospet­tiva di quello che si ritiene il pro­prio destino. Il percorso di rina­scita è difficile, ma ci sono tanti centri di aiuto per donne mal­trattate. Tuttavia, il primo passo verso la libertà, e la certezza di non essere prima o poi uccise, è verso se stesse: volersi bene, identificare chi può aiutare vera­mente, non procrastinare il pro­prio riscatto, accettare anche la solitudine, archiviare la memo­ria orrenda della violenza sop­portata, e ripetersi, ogni giorno, come un mantra, «mai più». Perché queste dolorosissime statistiche e il fenomeno del fem­minicidio possano essere sbara­gliati dal sapore della vita, è bene ricordare anche che non bisogna mai avere paura di denunciare la prima violenza subìta: la paura della vittima è la droga di cui si nu­tre ogni persona cattiva.