Claudio Gorlier, La Stampa 24/2/2012, 24 febbraio 2012
Parecchi anni or sono, al Circolo della Stampa di Torino, presentai con Carlo Fruttero un penetrante libro sugli Stati Uniti, opera di un affermato giornalista e scrittore di cui non sto a fare il nome
Parecchi anni or sono, al Circolo della Stampa di Torino, presentai con Carlo Fruttero un penetrante libro sugli Stati Uniti, opera di un affermato giornalista e scrittore di cui non sto a fare il nome. In prima fila, tra gli altri del pubblico, Umberto Agnelli e Romiti; presiedeva Alberto Sinigaglia. Tesi a Carlo, amico di una vita, una piccola trappola, inducendolo a parlare per primo. «Non ci crederete», esordì, «ma non sono mai stato in America. E dopo aver letto questo libro, non ho alcun desiderio di andarci». La trappola era scattata, e l’aveva tesa l’americanista Felice Bonetto di La donna della domenica , cioè io. L’identificazione Bonetto-Gorlier era ormai, da tempo, un accreditato luogo comune, e mi andava benissimo, ma costringendo Carlo a rivelare la sua indifferenza per l’America avevo messo il dito sulla piaga. Fruttero non aveva nessun bisogno di trasferirsi negli Stati Uniti neppure occasionalmente: al contrario, aveva trasferito gli Stati Uniti a Torino, con la notoria complicità di Franco Lucentini, nella persona dell’americanista Bonetto. Quando apparve La donna della domenica , nel 1972, ero già stato parecchie volte negli Stati Uniti: ci avevo persino insegnato. Mi identificavo con l’anonimo protagonista di un classico blues : «Sono stato al Giordano, e mi sono battezzato», dove il fiume è, con tutta evidenza, il Mississippi. Questa forma di identificazione, questo ideale sposalizio, nell’americanista Bonetto si dilata fino a sembrare non di rado grottesca, involontariamente - per Bonetto, s’intende - comica. Da un lato, Bonetto acquista una valenza missionaria, che culmina, ad esempio, nella sua didattica conferenza su alcuni aspetti esemplari degli Stati Uniti. Dall’altra, rimane talmente impregnato da ricorrere spesso all’inglese, lo «American English», e non soltanto nei confronti di Sheila, l’ospite americana. Ero proprio così? Bene, in parte sì, e alcuni riferimenti - come la propensione didattica a insegnare la corretta pronuncia, che so? di Boston - sono realisticamente esatti. Riesco persino a ricostruire la fonte, talora Fruttero, talora Lucentini. Ma all’origine sussisteva un’iniziazione all’America che ci toccava tutti, nel segno, magari, di uno scrittore mai stato negli Stati Uniti e che si chiamava Cesare Pavese. Se solo pensate al fertile rapporto Salinger-Fruttero, puramente letterario ma vivacemente creativo, capirete anche Bonetto, e magari Fernanda Pivano, surrettiziamente apparentata a Bonetto. Ma l’americanista Bonetto non è soltanto un referente cruciale per l’America nel romanzo di Fruttero e Lucentini. Egli è in primo luogo, come Pavese e come Fruttero, e naturalmente come me, piemontese. Ogni tanto, e certo non a caso, egli passa dall’American English al vernacolo, consuetudine a me familiare, e naturalmente familiare a Fruttero, tale da divertire Lucentini. Qual è il cuore della Torino del romanzo, il suo quartiere più genuino, dove naturalmente si parla vernacolo? Il mercato del Balôn, che Bonetto, per comodità dell’ospite, non esita a traslitterare in Balloon. Mi permetto di rammentare a chi non conosca o conosca male Torino che dalla zona di Porta Palazzo, altro grande mercato, e dal Balôn proveniva un piemontese doc affermatosi prima della sua morte prematura a Roma, Buscaglione, il quale aveva scelto come nome «Fred». E allora, che bisogno aveva Fruttero, sottobraccio a Lucentini, di andare in America? L’America l’aveva reinventata a Torino. Grazie a lui, Fitzgerald parlava anche piemontese, e a Torino era nato il nostro romanzo americano, senza alcuna sudditanza. Insomma, qualche merito io, Felice Bonetto, credo proprio di averlo.