Il fatto del giorno
di Giorgio Dell'Arti
Il sequestro dell’inviato di Repubblica Daniele Mastrogiacomo, arrestato dai talebani intorno alla zona di Halili (cioè a sud, dove stanno le milizie armate), ha reso ancora più drammatico il dibattito sull’Afghanistan cominciato ieri alla Camera. Si tratta di approvare il rifinanziamento della nostra missione in quel paese, poco meno di duemila soldati mandati laggiù nel quadro di un’operazione Nato che vuole aiutare la ricostruzione e difendere le istituzioni nate dopo la cacciata dei talebani.
• Non ci dovrebbero essere problemi per il voto sul rifinanziamento, no? Mi pare che siano d’accordo tutti quanti.
Sarebbe così, in effetti. Alla Camera, dove la discussione è cominciata ieri sera e dovrebbe concludersi stamattina, il governo Prodi ha un tale vantaggio sull’opposizione che il rifinanziamento passerà senza problemi. Diverso il discorso al Senato.
• Perché? Forza Italia, An e gli altri hanno detto che voteranno col governo anche al Senato.
Sì, ma un gruppetto di cinque o sei senatori di sinistra voterà contro la missione.
• E che importanza ha se cinque o sei senatori voteranno contro il decreto, quando tutto il Senato, quasi all’unanimità, approverà la legge?
Questo è anche l’argomento di Fassino. Se il Senato approva con 300 voti a favore e una decina contro, come può questo voto creare una qualche difficoltà al governo? Ma non è proprio così: ricorderà che a chiusura della crisi, il presidente della Repubblica Giorgio Napolitano chiese esplicitamente a Prodi di governare con una maggioranza «politicamente valida». Cioè con una maggioranza composta dagli eletti dei nove (o undici) partiti che sostengono ufficialemente il governo e che gli hanno dato, ancora pochi giorni fa, la fiducia. Ora, gli eletti al Senato sono 315 e la maggioranza è di 158 senatori. Se, in un consenso plebiscitario per il rifinanziamento, si scoprisse che i voti favorevoli dei senatori della maggioranza sono però meno di 158, si potrebbe sostenere che alla prima prova valida il governo ha perso il sostegno politico richiesto da Napolitano. Come lei sa, la situazione al Senato è talmente equilibrata che la defezione di cinque o sei voti è ampiamente sufficiente a determinare questo risultato. A quel punto la questione è: Prodi deve dimettersi o no?
• Lei che dice?
L’opposizione dirà naturalmente di sì. E il governo dirà naturalmente di no. E tuttavia la domanda va posta così: il finanziamento della missione italiana in Afghanistan è un momento decisivo della politica estera del governo di centro-sinistra o è un momento accessorio, di poco conto? In altri termini: se il decreto – per assurdo – venisse bocciato, il governo si dimetterebbe o no? La risposta a questa domanda dice quello che dovrebbe fare Prodi, perché un decreto approvato con il voto decisivo dell’opposizione e dei senatori a vita può anche essere considerato un decreto politicamente bocciato dalla maggioranza di centro-sinistra.
• Ma perché tutte queste questioni di lana caprina? Una volta che il governo ha la maggioranza, che importanza ha la composizione di questa maggioranza?
Anche se in forma non così estrema, è la tesi espressa del ministro Amato. Il quale dice che certe volte, su certe questioni non c’è niente di male se governo e opposizione votano insieme. E però: chi stabilisce il limite che non va superato? Perché governi che si cercano ogni giorno la loro maggioranza in Parlamento esistono in ogni parte del mondo e ci sono stati anche in Italia. Si chiamano governi di minoranza. In questi governi di minoranza il primo ministro non ha in partenza i voti per governare e cerca di volta in volta di lanciare un ponte ora verso questa ora verso quella parte dell’assemblea per far passare le leggi che gli interessano. Niente di male, è possibile. Ma deve trattarsi di governi che dichiarano la loro minoranza in partenza, in modo che tutte le forze in campo si sappiano regolare. Qui abbiamo invece una coalizione che fino a ieri ha sostenuto di essere maggioranza, e che adesso, avendo constatato la propria debolezza, vuole, per sopravvivere, aprire il gioco, non mettendo troppo in discussione la propria natura. Può passare? Può essere ammesso? Chi sa. [Giorgio Dell’Arti, Gazzetta dello Sport 7/3/2007]
(leggi)