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 2007  marzo 07 Mercoledì calendario

Il Senato italiano non è l’unica Camera nel novero dei Parlamenti delle democrazie occidentali caratterizzata da una composizione mista, di nomina e elettiva: l’esempio più famoso resta sicuramente la Camera dei Lord nel Regno Unito, ma lo stesso Seanad Eireann in Irlanda ha addirittura undici dei sessanta membri nominati direttamente dal premier, Taoiseach

Il Senato italiano non è l’unica Camera nel novero dei Parlamenti delle democrazie occidentali caratterizzata da una composizione mista, di nomina e elettiva: l’esempio più famoso resta sicuramente la Camera dei Lord nel Regno Unito, ma lo stesso Seanad Eireann in Irlanda ha addirittura undici dei sessanta membri nominati direttamente dal premier, Taoiseach. Il fatto che si tratti di senatori nominati non li pone in posizione subordinata rispetto a coloro i quali sono stati eletti. Partecipano al percorso legislativo con pari dignità all’interno del quadro costituzionale che prevede specifiche competenze per ciascuna Camera. La vera anomalia della situazione italiana non consiste quindi nella presenza di senatori non eletti, con pari dignità e con pari diritti (oltre che doveri) rispetto a quelli eletti, bensì consiste nel nostro bicameralismo perfetto. Forse sarebbe opportuno riconsiderare l’idea di un confronto serio sul nostro impianto istituzionale che comprenda anche una revisione delle competenze e dei poteri tra i due rami del Parlamento italiano. Marco Castagneto marco.castagneto@ gmail.com Caro Castagneto, ho dovuto abbreviare la sua lettera, ma spero di avere lasciato intatti il senso e l’utilità del suo intervento. Credo che lei abbia ragione. I senatori nominati dal capo dello Stato o dal primo ministro (come nel caso dell’Irlanda e, di fatto, della Gran Bretagna), possono essere perfettamente compatibili con le caratteristiche di una democrazia moderna; ma soltanto là dove l’assemblea di cui fanno parte ha funzioni circoscritte, diverse da quelle della Camera che rappresenta la nazione. Aggiungo che le stesse considerazioni valgono per i rappresentanti eletti da coloro che hanno lasciato la patria e vivono all’estero. giusto che questi ultimi siano rappresentati nel Parlamento del loro Paese d’origine, ma non è giusto che gli eletti abbiano le stesse competenze e responsabilità di coloro che sono stati scelti dalla comunità nazionale. Il caso francese, a questo proposito, è particolarmente interessante. Nella costituzione della V Repubblica il Senato è eletto a suffragio indiretto e assicura tra l’altro la rappresentanza dei francesi all’estero. Partecipa alla formazione delle leggi, ma non può far cadere il governo perché il dibattito sulla fiducia è riservato all’Assemblea nazionale. In altre parole, nel sistema francese il senatore Pallaro, eletto in Argentina da cittadini italo-argentini che non contribuiscono al gettito fiscale dello Stato italiano, non avrebbe nelle sue mani il destino del governo. Il vero problema italiano quindi, come lei osserva, non è quello dei senatori a vita, nominati dal capo dello Stato, o (aggiungo io) di quelli eletti all’estero. Il nostro problema è il bicameralismo perfetto, vale a dire l’esistenza nel sistema politico di due Camere che hanno esattamente le stesse competenze e raddoppiano i tempi parlamentari necessari all’approvazione di una qualsiasi legge. Quanto tempo perduto nel continuo passaggio di una legge fra le due Camere. Quante possibilità offerte alle lobby e agli interessi corporativi di approfittare del «pendolo» per stravolgere con le loro proposte le norme del progetto originario. Il problema era stato affrontato dalla riforma costituzionale che il Parlamento ha approvato nell’ultima fase del governo Berlusconi. Il Senato era diventato, per buona parte, una Camera delle regioni e aveva competenze diverse da quelle della Camera dei deputati. Il numero dei membri delle due assemblee era stato considerevolmente ridotto. Il potere del primo ministro era stato rafforzato. Insieme ad alcune parti discutibili e riformabili quella riforma conteneva molte delle misure con cui una parte importante del centrosinistra, oggi, vorrebbe aggiornare la Costituzione alle nuove esigenze del Paese. Ma il centrosinistra si era presentato agli elettori come l’opposto del governo Berlusconi e si era condannato in tal modo a disfare ciò che i predecessori avevano cercato di fare. E Berlusconi, dal canto suo, non ha fatto quasi nulla per creare un clima diverso. Questo non è bipolarismo, caro Castagneto. Questa è soltanto la versione militaresca (una specie di guerra civile fredda) di quello che avrebbe dovuto essere un confronto civile tra forze che si alternano al governo del Paese.