Varie, 7 marzo 2007
MASTROGIACOMO
MASTROGIACOMO Daniele Karachi (Pakistan) 30 settembre 1954. Giornalista. Di Repubblica. Ha il doppio passaporto, italiano e svizzero (ereditato dalla madre). inviato speciale dal 1992 e per il quotidiano romano ha seguito i più importanti avvenimenti. Dal 1990 al ”96, da cronista giudiziario, si è occupato di vicende che hanno riempito le pagine dei giornali, come il filone romano di ”Mani pulite” e i processi Priebke e Marta Russo. Più di recente, è stato a Kabul, Teheran, Territori palestinesi e Gerusalemme, Bagdad e Mogadiscio. Sequestrato in Afghanistan dai Talebani il 4 marzo 2007, fu liberato il 19 dello stesso mese • «[...] ha un maledetto difetto. Vuol sempre andare ”sul posto”. l’inguaribile vizio del cronista vero. I giornalisti che raccontano i fatti guardando la televisione, in una stanza d’albergo, come Utrillo dipingeva i paesaggi copiandoli dalle cartoline, lo considerano un peccato imperdonabile. Un maledetto difetto, appunto. Daniele soffre di una malattia cronica: cerca quel che accade fuori dal video, ficca il naso nella realtà non inquadrata dalle telecamere. Per questo è andato nella provincia afgana di Halmand. Voleva incontrare i Taliban che nessuno incontra. Sono in tanti adesso a dire che stavano per andare con lui. Ma era solo. I cronisti che vanno ”sul posto” sono quasi sempre soli. Per questo il giornalismo raccontato in diretta, senza schermi, è sempre più raro. Ed è un peccato, perché quello è il vero giornalismo. Quello ”di riporto” è un giornalismo che non crea guai ma che resta secondario. I cronisti non sono artisti, sono artigiani della notizia. E senza avere alla base la notizia vera, verificata nei limiti del possibile, non c’è editoriale, sia pur dotto, sofisticato, che valga qualcosa. Né c’è autentica democrazia se non è accompagnata da un giornalismo che racconta i fatti nudi e crudi, senza opportunismi politici, anche se disturbano governi e partiti amici. O gli stessi lettori. In certi momenti, se fossi il proprietario di una cristalleria preferirei che Daniele restasse sulla porta. Non perché assomiglia a un elefante. Ma perché con le sue effusioni, con i suoi entusiasmi rischierebbe di fare dei danni. gentile. Generoso. Non c’è compagno migliore nelle situazioni in cui non mancano i pericoli. Non è un complimento d’occasione. Si offenderebbe se suonasse tale. Ma quando segue un avvenimento scalpita, è difficile trattenerlo dal correre dove avvengono i fatti. Tante volte a Bagdad, all’hotel Palestina, entrava in camera dimenticando di bussare, e mi invitata a seguirlo. ”Andiamo in Haifa street c’è stata un’esplosione, un’altra autobomba!”. A volte mi infastidivo. ”La vera notizia - gli dicevo - sarebbe che non esplodono più autobombe”. Ma poi, quando si trattava di raccontare quell’ennesima strage, rimpiangevo di non essere andato sul posto. Di non averlo seguito. Senza immagini viste, senza testimonianze raccolte tra la gente, la cronaca era piatta. Sbiadita. La realtà ha i suoi odori. L’aria condizionata della camera d’albergo li cancella. Mi è capitato di raggiungere Daniele piegato sul suo computer, e di trafugare dallo schermo qualche dettaglio che aveva raccolto andando sul posto. L’ho anche invidiato di recente, quando era in Libano, in Somalia, a Gaza, e mi dava un colpo di telefono per dirmi come se la cavava. Non sapeva che così mi ricordava che non ho più l’età per precederlo o seguirlo. Un po’ elefante lo è. Non è andato a testa bassa da Kabul a Kandahar. Daniele studia le sue mosse. Parte con slancio ma non è avventato. Non ha i paraocchi. Aveva studiato il viaggio. Doveva incontrare dei Taliban. Aveva avuto dei contatti e sperava di raccogliere testimonianze utili su quei guerriglieri islamici, che agli ordini dell’inafferrabile Mullah Omar, tengono in scacco da anni l’esercito afgano e i corpi di spedizione sotto la bandiera dell’Onu e al comando della Nato. Il momento era cruciale e ricco di insidie. Da un momento all’altro poteva scattare l’offensiva ”Achille”, l’operazione di primavera. E i morti civili di domenica, a nord est di Kabul, di cui Daniele aveva parlato nella sua ultima corrispondenza, avevano acceso polemiche e arroventato gli animi. Infatti l’offensiva ”Achille” è scattata nella provincia di Kahandar proprio mentre lui entrava nella zona dei Taliban. E qualcosa non ha funzionato. E lui è stato preso per una spia. Lo immagino facilmente mentre discute con i Taliban per convincerli che è un cronista. Soltanto un cronista. Non è agevole spiegare in quella provincia, e in quella circostanza, che un giornalista non è una spia. Non dipende né da un esercito né da un servizio segreto. Né raccoglie notizie per confortare i propri convincimenti politici o quelli dei suoi governanti o amici. [...] Daniele ha la comunicazione facile. Non è mai arrogante. Né l’ho mai visto spaventato. Non dico che non abbia paura. Ha paura come me. Ma la paura non lo paralizza. Le situazioni difficili lo emozionano e tuttavia resta dolce. Convince se stesso e gli altri che tutto sta procedendo per il meglio. [...]» (Bernardo Valli, ”la Repubblica” 7/3/2007).