Il fatto del giorno
di Giorgio Dell'Arti
Il mullah Dudallah dice che Daniele Mastrogiacomo ha confessato di essere una spia. Il direttore di Repubblica Ezio Mauro gli ha risposto che Daniele fa il giornalista da trent’anni. Ieri, a Sky, Lorenzo Cremonesi ha detto che anche questi pretesi talebani vogliono in realtà soldi, perché si sa in tutto il mondo che gli italiani pagano e si tratterebbe perciò, ancora una volta, di semplici banditi. D’altra parte, Dudallah è alleato del mullah Haq Yar, quello che ha passato tre anni in Iraq e adesso si è spostato in Afghanistan per portare in quel paese l’esperienza fatta nella guerra agli americani. La guerra infatti sta per scoppiare di nuovo nel sud-est afgano: la Nato è in procinto di lanciare l’operazione Achille, che si propone di espellere definitivamente i talebani dal paese. I talebani lo sanno e hanno a loro volta annunciato un’offensiva.
• Nel 2001 i talebani sono stati cacciati dall’Afghanistan e nel 2003 gli americani sono arrivati a Bagdad in un solo mese. C’è un momento in cui queste guerre, che sembravano vinte, finiranno? E poi, se sono state vinte, perché stiamo tutti ancora lì? E anche: ma sono state vinte o no?
Lei oggi mi fa domande impossibili. Che cosa significa vinto? Un tempo la vittoria tra due nemici (prima due città, poi due stati, poi due alleanze fra stati) si stabiliva al momento dell’armistizio o della pace. Un trattato sanciva che la nazione perdente avrebbe ceduto territori o pagato del denaro al vincitore. Era il perdente stesso ad ammettere di aver perso. Riconoscendolo, poteva ricominciare a vivere, e sia pure in qualche modo – e per un certo periodo – dipendendo dal vincitore. Clausewitz spiega che in nessuna guerra è mai accaduto che i due contendenti si proponessero davvero l’annientamento dell’avversario. Era in questo senso che la guerra era «la continuazione della politica con altri mezzi». Di più: l’annientamento dell’avversario, oltre che irrealistico, era anche non conveniente. Questi erano i limiti delle guerre antiche, limiti che ne rendevano possibile la comprensione.
• E invece ora?
Invece ora la Nato ha cacciato i talebani dall’Afghanistan (2001) e gli americani hanno preso Bagdad in un mese (2003). Qualcuno si è arreso? Ci sono degli armistizi? I russi erano stati a far la guerra in Afghanistan prima degli americani. Stessi problemi. Prima ancora, un secolo fa, gli inglesi, che, dopo un centinaio d’anni, si sarebbero rassegnati a dichiarare l’Afghanistan indipendente. Ma indipendente in che senso? Quello è un paese di mille tribù, nascoste tra le montagne, ognuna col suo capo locale. Anche se ha avuto per tanti anni un re, è privo di un vero centro unificante, che ci possa far pensare a una nazione, o a un popolo, nel senso che noi diamo a queste parole. Si conquista l’Afghanistan così come si stringe in un pugno dell’acqua. E in Iraq è la stessa cosa. Ed è la stessa cosa anche in Libano, dove il governo centrale non può nulla contro le bande del sud, quelle che si chiamano hezbollah, e che fanno la guerra a Israele per conto loro, con tanto di razzi ricevuti dall’Iran, sia che a Beirut il governo centrale voglia sia che non voglia.
• Ma l’Islam non è l’elemento che rende uniti questi paesi?
No, perché l’Islam è a sua volta una religione dalle mille interpretazioni, che non ha un papa al centro che dica quello che è giusto o quello che è sbagliato. Se volessimo far la pace con l’Islam, non sapremmo a chi rivolgerci. E del resto l’Islam, in quanto tale, ci ha dichiarato guerra? No, di sicuro. Anche perché "l’Islam in quanto tale" non esiste.
• Ma insomma, gli americani, la Nato, l’Occidente stanno vincendo o stanno perdendo?
Domanda impossibile. Verdetto che non si conoscerà mai. L’Occidente potrà contare le ferite che tutto questo ha provocato, nel nostro mondo e nel loro. E sperare che, almeno, la regola di Clausewitz sia ancora valida. La regola, voglio dire, per cui in nessuna guerra i contendenti si propongono seriamente di annientare il nemico.
• Lei pensa che noi li vogliamo annientare?
Qualche volta. E qualche volta penso che loro vogliano annientare noi. Chiunque siano questi loro. Qualche volta lo penso, sì. [Giorgio Dell’Arti, Gazzetta dello Sport 8/3/2007]
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