Vanity Fair 08/03/2007, pag.205 Francesco Bonami, 8 marzo 2007
Tutti i retroscena dello scandalo svelati da William Hogarth. Vanity Fair 8 marzo 2007. Se il pittore inglese William Hogarth fosse vivo oggi, e vivesse in Italia, andrebbe a nozze, potendo dipingere cicli di quadri con titoli del tipo L’ascesa e la caduta di Ricucci, La vita di Lapo, Il progresso del Berlusca, Il matrimonio di Veronica
Tutti i retroscena dello scandalo svelati da William Hogarth. Vanity Fair 8 marzo 2007. Se il pittore inglese William Hogarth fosse vivo oggi, e vivesse in Italia, andrebbe a nozze, potendo dipingere cicli di quadri con titoli del tipo L’ascesa e la caduta di Ricucci, La vita di Lapo, Il progresso del Berlusca, Il matrimonio di Veronica. Hogarth infatti, nato nel 1697 a Londra e lì deceduto 67 anni dopo, il 26 ottobre 1764, è stato forse il primo artista a intrecciare l’arte della satira con la grande pittura, allontanandosi dalla mitologia e dalle scene religiose per tuffarsi nella società inglese, descrivendo dal basso verso l’alto ora i diseredati della strada, ora la nuova classe borghese che, lentamente, stava nascendo insieme con la modernità e con l’era industriale. Come ogni vero vero artista contemporaneo che si rispetti, Hogarth voleva infilare le mani sotto i vestiti della società nella quale viveva, annoiato dall’arte accademica e saputella. Come un Cartier-Bresson del pennello, fotoreporter ante litteram, questo artista voleva che la sua pittura fosse tanto rivoluzionaria quanto le rivoluzioni sociali che lo circondavano. I suoi quadri sono come gli editoriali di Eugenio Scalfari o di Giorgio Bocca: brillanti, moralisti e impietosi. Artista in progress. Oltre che grande pittore, Hogarth era un grandissimo incisore: ogni quadro aveva anche la sua versione in stampa, in modo da rendere accessibile l’arte a un pubblico più vasto, preannunciando la filosofia del manifesto e dei book-shop dei musei. A Harlot’s Progress del 1731 è la sua prima serie di scene moraliste, dove l’artista racconta la terribile vita di una prostituta, dai primi successi carnali fino alla tragica fine, compreso il suo funerale: altro che «progresso»! Meglio allora sarebbe dire «progressione», ovvero la parabola della vita che dal progresso passa, ahimè, al regresso senza che ce ne accorgiamo. La stampa-romanzo della povera ragazza da marciapiede ha un grandissimo successo, seguito da quello del Rake’s Progress («La carriera di un libertino»), storia di Tom Rakewell, giovanotto benestante che si fuma l’eredità del padre giocando d’azzardo e andando a puttane, e morendo anche lui dell’Aids in stile Rococò, la sifilide. Oggi questa serie di tele è conservata nel Soane Museum, la casa-studio del famoso architetto inglese, a Londra, dove un gruppo di guardiani «originali» e semi imbalsamati, gratis, è sempre felice di mostrare al visitatore la rastrelliera dove le tele sono appese. Stampe a tutta birra. Per Hogarth la tela è come un palcoscenico dove lui, pittore, si trasforma in regista muovendo col pennello e con il colore i suoi personaggi sulla scena. Coetaneo dei nostri Giambattista Tiepolo, Canaletto e Guardi, William Hogarth, diversamente da loro, usa la pittura non per rappresentare o celebrare ma per raccontare. Se le scene di Canaletto ci trasmettono calma, quelle di Hogarth ci comunicano l’ansia della vita moderna. Se in Canaletto la macchina del tempo sta finendo la benzina, al motorino dell’attimo l’artista londinese ha tolto la marmitta. Come un Cipputi o un Forattini della sua epoca, Hogarth, oltre che artista, è anche un polemista, criticando le leggi e le abitudini del suo governo. Nella famosa incisione Gin Lane («Il vicolo del gin»), l’artista punta il dito sull’abitudine di quei tempi - malsana ma legale - di pagare la gente non in sterline ma con bottiglie di gin, creando una società di alcolizzati irresponsabili, come dimostra l’immagine della donna che, attaccata alla bottiglia, lascia cadere il bebè dalle scale. Il ministro Hogarth suggerirebbe invece un decreto legge, descritto nella stampa Beer Street («Strada della birra»), che sostituisce, appunto, il gin con la birra, bevanda tonificante se assunta con moderazione e non in dosi da hooligan da stadio. Ma Hogarth, più che fustigatore di costumi, è un cronista, come dimostra la tela che racconta la ribellione giacobina del 1745, una specie di manifestazione no-global, o quella che descrive la campagna elettorale di un candidato al Parlamento, circondato al tempo stesso da sostenitori e contestatori. Apripista di Andy Warhol Realista anche in termini economici, ogni tanto Hogarth dipinge qualche scena biblica o qualche ritratto per far quadrare il bilancio, ma si capisce bene che in queste opere non investe neanche un grammo di passione. Nel 1753 decide di mettere le sue idee in un libro, parlando della bellezza e delle sue regole: in The Analysis Of Beauty («L’analisi della bellezza») insegna ai giovani pittori come un artista debba affidarsi ai propri occhi e alla propria immaginazione, senza copiare ma rimanendo obiettivo nei confronti della realtà. Suggerisce di imparare l’arte dell’incisione in modo da poter trasformare il quadro, esemplare unico destinato al ricco collezionista, in una tiratura più numerosa per gli appassionati meno abbienti. Con questo trucco l’artista, oltre che diventare popolare, si libererà anche dalle catene del mecenate e dalle sue bizze. Inzuppando il suo pennello nel barattolo della vita e della società, William Hogarth sarà l’apripista di una generazione di artisti che, passando dagli impressionisti, arriverà fino ad Andy Warhol e David Hockney, per proseguire con Elizabeth Peyton, John Currin o Marlene Dumas. Se l’Italia avesse avuto, o avesse, un suo Hogarth, oggi, osservando la progressione costante del nostro regresso, questo artista avrebbe potuto veramente, con una bella serie di quadri, foto o incisioni, «sfhogarthsi». Francesco Bonami