L’Espresso 08/03/2007, pag.144 Luca Piana e Paola Pilati, 8 marzo 2007
Separati in Capitalia. L’Espresso 8 marzo 2007. Tagliare le unghie all’amministratore delegato? Ma no, non mettiamola così
Separati in Capitalia. L’Espresso 8 marzo 2007. Tagliare le unghie all’amministratore delegato? Ma no, non mettiamola così... Dopo avere dato una pennellata di bon ton a una delle crisi più ’pulp’ mai accadute al vertice di una banca, con il titolo in altalena e la Consob che telefonava invano per chiedere spiegazioni, il consigliere d’amministrazione di Capitalia (che non vuole essere citato) fa di tutto per smorzare i toni. Ma non la sostanza. Quando, lunedì 5 marzo, si riunirà il patto di sindacato della banca capitolina, nelle stanze di via Minghetti si tenterà di blindare la tregua tra presidente e amministratore delegato. La strada scelta è quella di una riforma dello statuto della banca che ridisegni i poteri di entrambi. A Cesare Geronzi le strategie, a Matteo Arpe la gestione. Se l’accordo verrà trovato, toccherà poi al consiglio d’amministrazione, già in calendario per il 19 marzo con il compito di convocare l’assemblea annuale, dare il via libera, nell’ordine del giorno, anche al nuovo statuto. Dietro lo schermo degli obblighi legali (gli statuti devono essere aggiornati alla nuova legge sul risparmio) la partita di potere esplosa tra Geronzi, navigato banchiere settantaduenne reduce da una condanna a un anno e 8 mesi di carcere da parte del tribunale di Brescia (che ha concesso la sospensione condizionale della pena) per il coinvolgimento nel fallimento dell’Italcase, e l’ambizioso Arpe, amministratore delegato di 43 anni, appare ancora in pieno svolgimento. Era chiaro che una lettera di scuse strumentale come quella scritta da Arpe al presidente che aveva dichiarato ai quattro venti di volerlo licenziare, non poteva bastare. E che per suggellare un accordo di coabitazione così delicato, sarebbe stato necessario ben altro. Cesare Geronzi si è mosso subito. E ha dato incarico di studiare la questione. Le piste portano in due direzioni: nello studio del professor Francesco Carbonetti, che in Capitalia ricopre l’incarico di presidente di Fineco Group, e nello studio di Piergaetano Marchetti, professionista influente, capo del patto che governa Mediobanca e presidente di Rcs, nonché autore del parere legale con cui Geronzi ha ottenuto il reintegro in Capitalia dopo i suoi guai giudiziari. Il consiglio di entrambi potrà essere utile per tentare di mettere Arpe in una situazione di impotenza: sottrargli qualsiasi influsso e visibilità sulle questioni strategiche. Cioè su quelle alleanze che, è opinione di alcuni analisti, Geronzi vorrebbe pilotare verso obiettivi con un controllo solido, capace di puntellare l’attuale patto di sindacato di Capitalia (gli esempi che vengono fatti sono Mediobanca e Mediolanum). Su un tema così cruciale per le sorti della banca e per quelle degli uomini che la guidano, la crisi ha però fatto apparire lampante a Geronzi una realtà assai inquietante: che non è il padrone assoluto di Capitalia. "Il presidente del consiglio d’amministrazione è fiduciario del sindacato globalmente inteso", si legge nel testo del patto siglato nell’ottobre 2003, "ed elabora e indirizza le strategie del gruppo". Il gruppo degli azionisti che blocca il 31,1 per cento del capitale della banca, che va dal gruppo olandese Abn Amro alla Fininvest, dai fratelli Toti alla famiglia Merloni, tanto per citarne alcuni, ha scelto Geronzi come ’conducator’. Peccato che lo statuto attuale, in vigore dal gennaio 2006, dica all’articolo 17 che è l’amministratore delegato che "propone le operazioni attive di competenza degli organi collegiali". Insomma, uno è fiduciario ed elabora le strategie, ma è l’altro che le propone e le fa andare avanti. Detta in altri termini, il presidente non può fare nulla senza il consenso dell’amministratore delegato. Un incastro malefico e foriero, come si è visto, di contrasti. Tagliare le unghie all’amministratore delegato è quindi una necessità per Geronzi. Ma far accettare la cosa da tutti i pattisti, i quali nella vicenda non sono stati unanimi dietro il presidente, non sarà facile. Il socio e consigliere Roberto Colaninno si è svegliato alle cinque del mattino per precipitarsi a Roma e bloccare il disegno di Geronzi di decapitare in piazza il giovane banchiere, reo di avere incontrato a tu per tu il capo del colosso creditizio spagnolo Santander, Emilio Botín, alla fine di gennaio. Ma anche Alfio Marchini, membro del patto come Colaninno, aveva comunicato a Geronzi la sua contrarietà a un’operazione di forza. I motivi della tentata defenestrazione di Arpe non sono, in realtà, mai stati dichiarati. Quando nei giorni scorsi il Santander ha fatto il suo ingresso con una piccola quota nell’azionariato di Capitalia, in sospetta concomitanza con il finanziere bretone Vincent Bollorè e con la compagnia francese Axa, è stato proprio Geronzi a dare il benvenuto, mentre Arpe ha espresso il timore che l’istituto romano finisca prima o poi per perdere l’autonomia. Gli incontri privati, come pure quello di inizio febbraio a Davos tra Arpe e Charles Prince di Citigroup, non sono certo una ragione per cacciare un capo azienda sotto la cui gestione il titolo Capitalia è passato dagli 80 centesimi del 2002 a più di 7 euro. Gli incontri, è la tesi sostenuta da alcuni quotidiani, avrebbero avuto come argomento un’eventuale scalata ad Abn Amro, principale azionista di Capitalia (ha l’8,6 per cento). A rendere più suggestiva l’ipotesi ci sono i dubbi che di recente, secondo quanto risulta a ’L’espresso’, il numero uno di Abn, Rijkman Groenink, avrebbe sollevato in privato sulla gestione Arpe, sottolineando il peso delle componenti straordinarie sui risultati di bilancio. Allo stesso tempo, però, è difficile immaginare che colossi quali Santander e Citigroup aspettino Arpe per farsi suggerire l’idea - politicamente esplosiva - di scalare l’Abn. Le vere ragioni dello scontro, dunque, restano avvolte nel segreto del colloquio tra Geronzi, Arpe e Colaninno svoltosi giovedì 22 febbraio, giorno della tregua. Tuttavia, scavando negli avvenimenti dell’ultimo anno, le occasioni per far emergere attitudini differenti non sono mancate. Un episodio rivelatore si è verificato ad esempio lo scorso 15 novembre. Quel giorno il patto di sindacato di Capitalia si è riunito a Roma. Doveva essere il grande momento di Silvio Berlusconi e di Salvatore Ligresti: un incessante tam tam giornalistico aveva annunciato che le rispettive società, la Fininvest e la Sai-Fondiaria, avrebbero aumentato il loro peso nel patto. Geronzi era considerato il regista della mossa, che avrebbe avuto l’effetto di rinforzare la schiera degli azionisti a lui favorevoli. L’operazione non è però andata in porto per il veto dell’Abn. Difficile dare torto agli olandesi: poche settimane prima incassato il no del presidente alla loro proposta di aggregare le due banche, e avevano poi a malavoglia acconsentito a non vendere la loro partecipazione dell’8,6 per cento, continuando a puntellare un patto di sindacato in cui già contano meno di quanto vorrebbero; accettare l’ulteriore crescita di Berlusconi e Ligresti, avrebbero voluto dire subire un nuovo sgarbo. Tutto questo nel momento in cui la stessa Abn Amro è sotto attacco da parte dei fondi speculativi per la gestione poco efficiente: fra i punti critici, l’andamento deludente della controllata italiana Antonveneta e le strategie confuse seguite per la partecipazione in Capitalia. Che cosa pensava Arpe di manovre come queste? Un ristretto gruppo di manager e imprenditori, riuniti la sera stessa del vertice romano dalla società di consulenza Ambrosetti in una sala dell’albergo Park Hyatt di Milano per un incontro sulle prospettive del sistema bancario, ha avuto la possibilità di intuirlo dalla sua voce: "La concorrenza tra banche europee si sta facendo sempre più agguerrita e i confini nazionali ormai non rappresentano un ostacolo per nessuno. Purtroppo in Italia a queste sfide non si risponde in maniera unitaria, anzi prevale il ’black mailing’, la denigrazione reciproca", ha detto. Oltre che dai difficili rapporti fra soci, gli ultimi mesi di vita dell’istituto romano sono stati poi contrassegnati dalla scottante questione delle alleanze. Qui, se possibile, le certezze diminuiscono ulteriormente. pressoché scontato, ad esempio, che a inizio del 2006 Capitalia avesse studiato, come facevano tutti all’epoca, il dossier Banca Popolare Italiana, l’istituto travolto dai disastri dell’era di Gianpiero Fiorani. Con i nuovi vertici della popolare lodigiana Lodi, tuttavia, veri contatti non ci sono mai stati e la possibile preda è sfuggita. In autunno è stato il presidente del Monte dei Paschi di Siena, Giuseppe Mussari, ha rendere noto che l’istituto toscano non era disponibile a trattare un’alleanza con Capitalia. E ancor prima, esattamente un anno fa, era esploso il caso Banca Intesa. Il 10 marzo 2006, infatti, Arpe aveva chiesto al consiglio di amministrazione di Capitalia l’approvazione sull’acquisto del 2 per cento dell’istituto guidato da Giovanni Bazoli. Il blitz, portato a termine mentre Geronzi era interdetto dalla magistratura di Parma per un altro guaio giudiziario, il presunto ruolo giocato nel crack Parmalat, aveva lo scopo dichiarato di costringere Intesa a trattare allo scoperto un’eventuale alleanza, per la quale Bazoli aveva avviato - non si sa con quali risultati - i primi contatti con Geronzi. L’esito è stato però quello di far svanire l’opportunità, o il rischio, di un matrimonio con Intesa: dopo aver studiato una controfferta ostile, la banca milanese ha mollato la presa, buttandosi sul Sanpaolo Imi. Se le occasioni per incrociare le armi non sono certo mancate, la gestione della crisi al vertice è stata quanto mai opaca. In un tourbillon di indiscrezioni e improvvisi alti e bassi in Borsa (che avrebbero potuto anche essere sfruttati ad arte per raccogliere munizioni in vista di scontri azionari futuri), gli investitori hanno saputo solo la sera di martedì 20 febbraio che il consiglio di amministrazione, già fissato per due giorni dopo, avrebbe avuto all’ordine del giorno la revoca dei poteri di Arpe. L’inaspettata conferma di Arpe, salutata con entusiasmo in Piazza Affari, non ha poi cancellato le perplessità: "Se fossero andati avanti con la revoca, avrebbero dovuto rendere esplicite le ragioni del venir meno del rapporto di fiducia con Arpe. La marcia indietro fa ritenere che questi motivi non fossero così insuperabili e ha l’effetto di riportare il conflitto tra le mura domestiche", dice Maurizia Iachino, partner di Governance Consulting, società di consulenza specializzata nelle regole di governo degli organi di controllo delle aziende. Se la speranza è che nuovi statuti possano far calmare le acque, Iachino si mostra però scettica: "Quando in gioco c’è un conflitto di ruoli di questo genere, anche regole apparentemente perfette rischiano di fallire". Luca Piana e Paola Pilati