Ernesto Galli Della Loggia, Corriere della Sera 8/3/2007, 8 marzo 2007
«Meglio criticati che irrilevanti»: rimarrà di sicuro racchiuso in queste parole il senso profondo della presidenza della Cei tenuta per 15 anni dal cardinale Camillo Ruini
«Meglio criticati che irrilevanti»: rimarrà di sicuro racchiuso in queste parole il senso profondo della presidenza della Cei tenuta per 15 anni dal cardinale Camillo Ruini. Parole che hanno voluto dire innanzi tutto la consapevolezza di rappresentare un’identità – quella cristiano-cattolica – posta dai tempi nella condizione di una difficile identità di frontiera; e poi, ancora, l’impegno a proporre in modo reciso, senza la vaghezza di tanta prosa o oratoria clericali, un punto di vista forte sul Paese e sul mondo; e che hanno voluto dire infine non esitare a differenziarsi dall’opinione dominante sia tra i laici sia tra quegli intellettuali cattolici accreditati solo perché immancabilmente pronti a seguire nella sostanza i dettami dei primi. accaduto così che la Chiesa di Roma abbia acquistato di nuovo, sulla scena pubblica italiana, un rilievo di cui certamente nessuno più la riteneva capace. Incontrandosi con la politica e spesso rischiando inevitabilmente di mischiarsi con essa, come tanti critici hanno rimproverato a Ruini? Certamente sì! Ma quale altro è mai stato, da sempre, il destino della cristianità, nata al mondo dovendosela vedere con quell’amalgama supremo di statualità e di politica che fu l’impero dei Cesari? E cos’altro facevano se non anche politica (ma «anche»: non cercavano certo un posto di ministro o qualche prebenda) Ambrogio quando metteva sotto accusa Teodosio, o Agostino quando cercava di attutire la reazione pagana spiegando l’inevitabilità della caduta di Roma sotto l’impeto di Alarico, o Caterina quando richiamava il Papa da Avignone? «Chi pensa che la religione non debba avere nulla a che fare con la politica non ha capito nulla né della religione né della politica», ha detto una volta Gandhi: e sapeva quel che diceva. Ma solo il più radicale pregiudizio può condurre a negare che dietro l’impegno di Camillo Ruini ci sia stata, sì, una preoccupazione di ordine politico, ma ben oltre, e soprattutto ben al di sopra, una sollecitazione religiosa e specialmente di ordine culturale, naturalmente declinata secondo la prospettiva cattolica. Ruini giunse alla presidenza della Cei nel 1993, nel momento della fine della Dc ma, ben più importante, nel momento in cui, crollato il muro di Berlino, la sinistra italiana e lo schieramento progressista stavano dando l’addio al marxismo e al suo mito classista per convertirsi repentinamente a un individualismo libertario sempre più volto a modelli di vita fruitori e a orizzonti ideologici dominati dalla ragione strumentale dello scientismo. Egli capì che rispetto alla conciliazione con la modernità ideologico-politica avviata dal Vaticano II si apriva così una pagina del tutto nuova, perché del tutto nuova era la inedita e incipiente modernità dell’obliterazione e della manipolazione della natura. Capì, ancora, che questo dato segnava il passaggio a un universo non più anticristiano, come era stato per tanta parte l’8-900, ma radicalmente postcristiano: minacciosissimo non solo per la Chiesa ma per l’intera dimensione umanistica della tradizione culturale occidentale. La quale, come nei secoli più bui, forse ancora una volta alla Chiesa di Roma sarebbe tornata a guardare. E proprio questo è ciò che sta accadendo, mentre Camillo Ruini lascia la sua carica, consapevole di aver combattuto «la buona battaglia».