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 2007  marzo 08 Giovedì calendario

ALBERTO CAIRO

Forse non dovrei scrivere oggi. Raccontare dell´Afghanistan in questi giorni mi è difficile. Non che manchino gli argomenti. Di cose da dire ce n´è sempre in quantità, basta guardarsi intorno. Dev´essere a causa del gran parlare che si fa di prossime offensive, di stuoli di kamikaze in agguato, di una imminente primavera di sangue. O la vista del paese che va un passo avanti uno indietro. Delle prospettive che mancano. Cose che, se non hanno cambiato le mie giornate né il mio lavoro, non giovano di certo all´umore. Il rapimento di Daniele Mastrogiacomo poi è la ciliegia sulla torta. Ecco, mi sento confuso. Pur consapevole che questo paese non lo capirò mai a fondo, vorrei, dopo diciassette anni di vita qui, essere capace di indovinare almeno un po´ quello che avverrà e non essere regolarmente preso alla sprovvista da fatti e persone. Pensi che le cose cambino, progrediscano, siamo nel terzo millennio, ti ripeti. Invece ti sbagli.
Oggi per esempio. Malìk ha quasi trent´anni, lo conosco da almeno dieci. Viene da un villaggio del nord. Durante la guerra civile per una bomba ha perso una gamba. Assieme alla protesi gli abbiamo dato un lavoro, è diventato tecnico ortopedico capo del centro di riabilitazione di Mazar. Là, nel reparto femminile, lavora Nilà, anche lei protesista.
Una ragazza un po´ timida, forse complessata perché claudicante per la polio. Tre mesi fa Malik mi annuncia che si fidanza. Bene, ne sono felice. E´ con Nilà. Dice che si è dovuto battere con genitori, assolutamente contraria ad una nuora disabile. Una ragazza così, poverina, meglio resti a casa propria, zitella. «Mio cognato più non mi parla e i cugini ridono. Ma non me ne importa - giura - pensino quel che vogliono. Nilà è d´accordo, siamo contenti». Mi congratulo con lui. Finalmente uno che non teme pregiudizi.
Ho piani ambiziosi per entrambi: corsi di specializzazione a Kabul. La prima a cominciare è lei. Tutto organizzato. L´accompagnerà il fratello, alloggeranno nella solita pensione dove mandiamo gli studenti, un posto pulito e serissimo. Da Mazar Malìk oggi mi chiama. Dice che Nilà avrebbe cambiato idea, chiede se è proprio necessario venga. «Certo che lo è. E poi, non poteva pensarci prima? Avremmo mandato un´altra. Adesso come si fa?», rispondo. Mi ci vuole mezz´ora di discussioni e tira e molla. Quando, alla fine, si convince è la pensione a non andare. «Dove si trova esattamente? In che quartiere? E´ un posto come si deve? Sicuro?», chiede. «Ha suo fratello con sé - gli faccio notare - controllerà lui stesso». «Ma il fidanzato sono io», risponde. Capito tutto. Avrei voglia di dirgliene quattro, ma, con calma riesco di nuovo a convincerlo. Ma non è finita. «E al corso chi c´è? Anche uomini?» ricomincia. E stavolta non lo convinco più. Nilà non verrà. Niente corso.
Domani andrò a Mazar, ci vado ogni mese, incontrerò Malìk, lavorerò con lui. Cercando di mascherare la mia delusione.
( lavora per il Progetto ortopedico della Croce Rossa internazionale in Afghanistan)