Questo sito utilizza cookies tecnici (propri e di terze parti) come anche cookie di profilazione (di terze parti) sia per proprie necessità funzionali, sia per inviarti messaggi pubblicitari in linea con tue preferenze. Per saperne di più o per negare il consenso all'uso dei cookie di profilazione clicca qui. Scorrendo questa pagina, cliccando su un link o proseguendo la navigazione in altra maniera, acconsenti all'uso dei cookie Ok, accetto

 2007  marzo 08 Giovedì calendario

RAFAEL ROJAS

La storia della Rivoluzione cubana è, in una certa misura, la storia del corpo di Fidel Castro. Una storia cominciata più di mezzo secolo fa con i muscoli del giovane caudillo che si preparavano a entrare nella politica latinoamericana seguendo la strada della violenza e del rischio. Non tutto, ma molto in questa lunga epopea, per alcuni, e incubo, per altri, si sta concludendo ora con il dissanguamento di quel corpo per «problemi di cicatrizzazione» dell´apparato intestinale.
Per quel poco che si sa - si sa sempre poco sul corpo dei caudillos - Fidel Castro, nonostante abbia diretto diverse guerre, dentro e fuori Cuba, non ha mai subito ferite, neppure lievi. La sua vita è stata costantemente minacciata da centinaia di attentati falliti, ma la sua salute è sempre stata di "ferro", secondo la frase ricorrente dei suoi accoliti. Il culto monarchico per la cura del corpo, che è parte della mitologia fidelista, ha ben poco a che vedere con la tradizione latinoamericana, da lui tanto rivendicata, di eroi malaticci e temerari come Bolívar, Martí, Zapata, Evita o il Che, morti tutti prima di compiere i cinquant´anni.
I problemi di cicatrizzazione di Fidel, come quelli del totalitarismo cubano, sono interni. A prima vista, tutto funziona alla perfezione - fino a non più di due anni fa, i suoi medici hanno continuato ad affermare che egli sarebbe vissuto fino a 120 anni - ma i tessuti danneggiati non si rigenerano e le emorragie non si possono contenere. Dal Granma apprendo che a Cuba l´economia cresce del 12,5% all´anno, che «l´autosufficienza energetica» è dietro all´angolo e che si è raddoppiata la «superficie forestata». Eppure, mezzo milione di abitanti di questo paese meraviglioso pensa solo a emigrare.
Nel suo già celebre discorso del 17 novembre 2005, tenuto nell´aula magna dell´Università de L´Avana, Castro aveva ripetuto ossessivamente le stesse domande: Può la Rivoluzione crollare? Si può far retrocedere il socialismo? Secondo la riforma della Costituzione del 1992, attuata nel 2002 per contrastare il Proyecto Varela (la proposta di un gruppo di organizzazioni dissidenti nel Paese di cambiare le leggi più autoritarie con un referendum) il socialismo cubano è «irrevocabile». Ma le insistenti domande sembrano suggerire una risposta affermativa: secondo Fidel, sì, la Rivoluzione può essere distrutta, non dai suoi nemici - gli Stati Uniti, gli esuli cubani, l´opposizione … - ma dai «rivoluzionari» stessi.
I più gravi problemi del sistema cubano riguardano, nei fatti, le ferite dei soggetti creati dalla stessa Rivoluzione. Dall´esterno, niente minaccia seriamente questo regime e neppure la successione autoritaria guidata da Raúl Castro. Le idee democratiche dell´opposizione e dei cubani esiliati non raggiungono i cittadini dell´Isola e la politica degli Stati Uniti, incapace di creare alleanze in Europa e in America Latina, è più un beneficio che un onere per le élite che subentreranno. Sarà la cattiva cicatrizzazione delle ferite a mettere in pericolo la sopravvivenza dell´ordine «socialista», così come esso è stato inteso fino ad oggi.
Un regime a partito unico che dura da mezzo secolo, per quanta integrazione sociale esso abbia conseguito o per quanta capacità di negoziazione del consenso gli resti ancora, non può che basarsi su esclusioni politiche. Nonostante il suo palese rinnovamento generazionale, la nomenclatura dell´Isola continua a essere fondamentalmente maschile, eterosessuale, bianca e atea, vale a dire, rappresentativa di una minoranza egemonica del paese. Nell´Isola, diverse migliaia di oppositori e tutta la popolazione immigrata, oscillante tra i due e i tre milioni di cubani, sono privi di diritti economici, civili, politici e culturali. I neri, le donne, i religiosi, i dissidenti e gli esiliati sono stati e continuano a essere soggetti oltraggiati dal socialismo cubano.
Ogni cubano o cubana che, nell´ultimo mezzo secolo, abbia preso in considerazione la possibilità che Fidel e Raúl Castro non siano dei buoni governanti, o che abbia messo in dubbio la giustizia di un regime a partito unico, o che abbia solo messo in discussione il «marxismo leninismo» come ideologia di Stato, o che sia arrivata alla conclusione che un´economia tanto centralizzata è inefficiente o che abbia solo immaginato che forse fuori da Cuba avrebbe potuto vivere meglio, è una persona che almeno una volta nella vita si è avvicinata alle ragioni dell´opposizione e dei cubani in esilio e che pertanto le capisce.
E non solo. Ogni cubano o cubana che abbia anche solo sfiorato gli argomenti dell´opposizione e degli esiliati, di chi è in prigione e della dissidenza, senza arrivare a essere un oppositore, un prigioniero o un esiliato, ha sofferto comunque le conseguenze di questo gesto: o perché si è tormentato per un falso peccato di coscienza o perché è stato punito dal regime. Neppure queste ferite, quelle di chi ha dubitato, cicatrizzano facilmente, perché il loro retroterra non è religioso, dov´è possibile la espiazione della colpa, ma grossolanamente politico. Perché un qualsiasi cittadino moderno dovrebbe sentirsi in colpa per il fatto di non simpatizzare con il leader o con il partito che governa il proprio paese?
Le élite che subentreranno sono consapevoli di questi problemi di cicatrizzazione e da un decennio, se non di più, sognano un remake simbolico del socialismo cubano. Una chirurgia plastica che, mezzo secolo più tardi, trasformi la Rivoluzione antiborghese, atea, machista, omofobica e nazionalista, in una Rivoluzione frivola, pratica, cattolica, multiculturale, cosmopolita o, in poche parole, «politicamente corretta». Questi tentativi di ricostruzione stilistica sono realizzati senza la minima autocritica e in nome di un socialismo antistalinista che l´ordine costituzionale, la stampa ufficiale, i mezzi di comunicazione e la retorica dei leader massimi non fanno proprio pubblicamente.
La «continuità» del socialismo è un argomento troppo radicato nel discorso di queste élite. Non sorprende, dunque, che la protesta con mezzi elettronici di decine di intellettuali dell´Isola contro l´apologia televisiva del burocrate Luis Pavón Tamayo, massimo responsabile della politica culturale tra il 1971 e il 1976, sia sfociata in una dichiarazione di lealtà alla massima fidelista «dentro la Rivoluzione tutto, contro la Rivoluzione niente» da parte dell´Unione degli scrittori e degli artisti di Cuba (Uneac). Se lo stalinismo è un´ortodossia superata dai socialisti cubani, perché i due successivi titolari del ministero della Cultura, Armando Hart e Abel Prieto, non hanno mai criticato ufficialmente quel Congresso dell´educazione e della cultura del 1971, nel quale si consumò la sovietizzazione dell´ideologia rivoluzionaria?
O ancor più chiaramente, se Cuba è un Paese dove l´educazione e la cultura non sono più governate dal marxismo leninismo, la dottrina creata da Stalin per l´Unione Sovietica e per i Paesi conquistati dal suo esercito nell´Europa dell´Est, per quale motivo allora l´ordine costituzionale cubano, ratificato solo quattro anni fa, e il Partito comunista di Cuba, nei suoi ultimi congressi e riunioni plenaria, sostengono ancora quest´identità ideologica? Il malessere degli intellettuali cubani dimostra che l´anacronismo di questa ideologia, in pieno secolo Ventunesimo, è sempre più evidente non solo agli stessi intellettuali, ma anche a molti cittadini dell´Isola. Una delle principali sfide delle élite che subentreranno, se riusciranno a evitare che la transizione alla democrazia le trascini nel suo vortice, sarà quella di adeguare il vecchio discorso socialista al nuovo capitalismo di Stato e alla nuova diversità sociale. Un tale adeguamento sarà sicuramente delicato e qualsiasi passo falso potrebbe aprire a L´Avana fronti di tensione non auspicabili tra la sinistra occidentale e ciò che è più grave ancora, tra i settori meno pragmatici della sua stessa classe politica. Se il maquillage fallisse e la vecchia Rivoluzione mostrasse il suo volto, i rivoluzionari, senza volerlo, potrebbero avviare la democratizzazione di Cuba.
, storico cubano esiliato in Messico, ha ricevuto nel 2006 il Premio Anagrama con "Tumbas sin sosiego" (Tombe senza quiete).
Copyright El País, 2007 (traduzione
di Guiomar Parada)